La notte scorreva monotona mentre osservavo il fumo della sigaretta infrangersi nel parabrezza e salire verso il tettuccio. Lo ammetto, il mio taxi puzza di sigarette, ma è una gioia per chi come me è schiavo del vizio. Vizio che ho il piacere di condividere con gli altri e che negli anni mi ha dato l’opportunità di provare tabacchi esteri da clienti stranieri. Se dovessi stilare una classifica direi che il più pesante è quello turco, un tabacco rozzo e persistente, si attacca alla gola come il velcro e fa fatica ad andarsene. Ricordo che ebbi la tentazione di buttare la sigaretta dopo i primi tiri, ma resistetti per educazione. Uno dei più buoni, invece, risultò essere un tabacco persiano, era sì deciso, ma aveva delle note dolciastre, simili al miele e agrumate. Già dalle prime boccate mi riportò alla mente il caldo secco e le zone sabbiose dell’Iran visitato durante uno dei miei viaggi in gioventù, quando ero un ragazzo curioso e desideroso di conoscere il mondo.

Dall’ombra di un vicoletto scarsamente illuminato sbucò la sagoma confusa di un uomo. Aveva un andatura zoppicante per via di una pesante valigia che si trascinava dietro. Faticosamente, agitando un braccio, cercò di attirare la mia attenzione e di destarmi dal mio stato catatonico.
Mi accorsi che era un uomo anziano e senza pensarci due volte gli andai incontro per aiutarlo a portare la valigia, sembrava trasportasse piombo, non era voluminosa ma era pesantissima.
Aprii il portabagagli ma l’anziano fermò il mio braccio chiedendomi di sistemare la valigia dietro con lui sul sedile. Accolsi la sua richiesta senza fare domande, c’era qualcosa in quell’uomo che suscitava in me compassione, quasi pena.
Aveva un aspetto curato ma uno sguardo triste.
Gli aprii la portiera e dopo aver sistemato il suo bagaglio lo invitai a salire, l’uomo prese posto ringraziandomi.
:-“ Dove è diretto, stazione o aeroporto?”-, gli chiesi una volta tornato al posto di guida.
:-“ nessuno dei due, vorrei raggiungere il vecchio pastificio Napoli.”
:-“ ma è chiuso da tempo” -, risposi.
:-“ Lo so, ma non ha importanza!” -, fu la sua risposta.
Senza chiedere altro misi in funzione il tassametro e mi diressi verso il pastificio.
:-“ Le spiace se fumo?” -, chiesi al passeggero.
:-“ Si figuri, faccia pure! “
Notai che aveva gli occhi lucidi. 
Misi un sottofondo radiofonico con la speranza di alleviargli il tragitto.
Un malinconico pianoforte jazz diffuse le sue note colmando i nostri silenzi. 
Poco dopo l’uomo iniziò a singhiozzare asciugandosi le lacrime con un fazzoletto.
:-“ Da giovane” -, mi disse con la voce strozzata, -“ facevo l’autista , trasportavo farina e rifornivo il pastificio Napoli. Dopo ogni scarico salivo al primo piano a farmi firmare la bolla. In ufficio c’era una segretaria bellissima, una giovane ragazza coi capelli rossi, alta, carnagione chiara. La vedevo una volta ogni 15 giorni, mi piaceva, forse anche io le piacevo, mi guardava sempre e se ricambiavo lo sguardo lei arrossiva e abbassava il capo. Un giorno d’estate arrivai al pastificio mentre era in corso la festa d’anniversario dell’azienda. C’era un banchetto all’aperto sullo spiazzale della fabbrica. Fui invitato a prendere parte al rinfresco. Gli altoparlanti, che servivano a scandire gli orari di lavoro e pausa, trasmettevano musica. Presi qualche pasticcino e un bicchiere di succo di frutta. Fui attratto dal suono di una risata, la risata più bella che avessi mai sentito. Mi voltai e vidi lei. Alla luce del sole che le illuminava il viso era ancora più bella, presi coraggio e mi avvicinai. Quando lei mi vide arrivare arrossì, io, non sapendo che dire, la guardai e le dissi: ‘Permette questo ballo?’ Lei, rossa in viso, sorrise e prese le mie mani. Ballammo sulle note di un waltzer. Per un attimo fu come volare. I nostri corpi abbracciati, lei io e la musica, come una coppia di  ballerini di un carillon d’altri tempi.
Da quel giorno sono passati oltre cinquant’anni. Purtroppo non abbiamo avuto figli. Abbiamo comunque passato una vita bellissima assieme e l’ho amata sopra ogni altra cosa. 
Oggi sono stato al suo funerale. Per la prima volta in oltre cinquant’anni non avevo nessuno che mi abbracciasse, nessuno che mi tenesse per mano, solo una bara, il mio cuore chiuso in una scatola di legno per sempre. Adesso lei è qui con me.”-
Tirò fuori una piccola urna funeraria che strinse al petto bagnandola di lacrime.
La vista di quell’uomo composto che stringeva tra le braccia quell’urna mi commosse molto.
:-“ Eccoci arrivati” -, gli dissi con la voce rotta dall’emozione giunti all’ingresso del pastificio abbandonato. - “La aiuto a scendere la valigia”-, continuai.
L’uomo si diresse verso il piazzale , lo fermai e gli chiesi se dovessi aspettarlo per riportarlo a casa, ma mi rispose che non occorreva.
Non me la sentivo di lasciarlo da solo, quindi finsi di accontentarlo e mi allontanai. Spensi il taxi e mi avvicinai senza farmi vedere. 
C’era buio e quella grande struttura abbandonata metteva i brividi.
Vidi l’uomo fermo al centro del piazzale armeggiare con la sua pesante valigia. Tirò fuori una vecchia radio che poggiò per terra. Fece partire un waltzer e, stringendo a sé l’urna, cominciò a ballare. 
Dopo qualche passò i fari della fabbrica si accesero illuminando a giorno lo spiazzale, gli altoparlanti dismessi e arrugginiti cominciarono suonare un maestoso waltzer , l’anziano uomo ora era un prestante giovanotto che ballava con la sua amata. 
Apparve anche della gente che formò un cerchio attorno ai due amanti facendo baldoria e battendo le mani. Tutti erano felici , tutto era addobbato a festa e i due volteggiavano sospesi a mezz’aria come una coppia di ballerini di un antico Carillon...

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