Erano rimasti due litri circa di acqua, e la poca carne secca di topo non avrebbe placato i morsi della fame. Arturo sbadigliò per l’ennesima volta, e subito dopo cadde riverso sulla poca paglia, sconfitto da una stanchezza infinita. Zoe lo accarezzò sulla fronte e si accucciò fra le sue braccia come una bambina. Piombarono entrambi in un sonno profondo e senza sogni, quando alle prime ore del mattino una pioggia battente, tamburellando sulla copertura di lamiera, li destò di soprassalto. Agitazione e disorientamento si mescolarono alla paura poi, un tonfo, proveniente dall’ingresso del silos, li fece sobbalzare. Dalla stretta apertura della cella, la luce di una torcia confermava la presenza di un ospite. Con un sincronismo perfetto, Arturo e Zoe estrassero dai loro foderi due lunghe e taglienti lame e strisciando lungo la rotondità del muro, restarono ad aspettare, pronti ad uccidere. Uno strano essere, con la testa a forma di pera e un ciuffo di capelli bianchi sulla sua sommità, apparve dal pertugio fischiettando una vecchia melodia popolare, quasi sicuramente italiana. Arturo si scaraventò letteralmente sull’intruso che, dallo spavento, cadde di sotto, tramortito dal colpo secco della nuca contro il pavimento di cemento. Di li a poco, riprese i sensi, e sotto la minaccia del coltello di Arturo dichiarò di essere entrato nel silos per recuperare una cassetta VHS di Totò che aveva nascosto fra la paglia. Il piccolo uomo appariva di carattere mite e dai suoi occhi traspariva un’ironia inconsueta e una simpatica furbizia. Rispose in maniera esauriente a tutte le domande di Arturo dissipando, così, ogni sospetto. Zoe, da sopra, annuì con il capo e cercò la cassetta nascosta fra la paglia, la prese e scese di sotto. I tre si incamminarono dentro l’alba di quel mattino piovoso in direzione nord e, presto giunsero nelle vicinanze di un’antica fabbrica di sapone, in stile liberty. Attraverso una piccola porta di ferro, posta sul lato destro dell’edificio, si calarono all’interno in un grande scantinato, illuminato appena dalla fioca luce dell’alba che filtrava dal vetro rotto di una bocca di lupo. L’ometto con la testa a forma di pera cominciò a frugare all’interno di una stretta crepa del muro e, magicamente, diede luce a quattro potenti lampade al neon. Zoe rimase a dir poco sconvolta da un evento così straordinario, e chiese immediatamente delle spiegazioni al loro nuovo amico. Era tutto merito di un pannello foto voltaico che lui stesso aveva costruito e installato sopra il tetto di quella fabbrica; lampade, materiale elettrico, proiettore e cassette VHS, erano state trafugate all’interno di un centro commerciale, a due giorni di cammino da li. Descrizione dello scantinato. Lo spazio era molto grande, 400 metri quadrati circa, con un soffitto a volte incrociate sostenute da meravigliose colonne di pietra semi coniche, alla sommità delle quali si ergevano lignei capitelli finemente intarsiati, che riproducevano il ghigno diabolico delle sette paure di cera. Al centro del soffitto, un mastodontico lampadario di cristallo nero a gocce, incombeva sulle loro teste, come un incubo in una notte senza fine.

Appese alle pareti di quel grande spazio, tele di, Chagall, Matisse, Sisley, Mirò, Pissaro, Rubens, Caravaggio, Raffaello, Renoir, Fontana, Balla, Mattia Preti, e di un’infinità di pittori moderni e contemporanei, si riflettevano deformandosi su quel pavimento eterno, composto da mille specchi. Una sessantina di poltrone da cinema di legno e velluto rosso, erano state disposte a semicerchio lungo tre file, e di fronte, a circa dieci metri, si ergeva un grande schermo bianco all’interno di una sontuosa cornice barocca di colore oro. Ai suoi lati, appoggiate sopra capitelli di marmo bianco, si ergevano due potenti casse acustiche, di metallo nero. “Mi chiamo Angelo”, rispose testa di pera alla domanda di Zoe, e continuò: “Un tempo, avevo la bestia, ma poi, il maestro mi ha fatto vedere tutte quelle cassette, e l'ho cacciata per sempre - adesso sono libero, libero, e me la godo”. Zoe e Arturo sapevano bene di cosa stava parlando, e rimasero muti. Al tempo della grande rivolta, la bestia nera aveva già decimato l’umanità e i pochi sopravvissuti vivevano nel terrore di un suo ritorno. Cenni biografici sulla Bestia Nera.

La bestia nera (così veniva chiamato quello stato di incoscienza prodotto da una particolare depressione degenerativa che in forma epidemica mieteva milioni vittime ai tempi del Grande Rogo), si racconta si muovesse come una serpe all’interno delle vene, nutrendosi di anticorpi, corrompendoli e rendendoli complici dei suoi misfatti. Quando questo accade, e il tradimento é totale, la vita dell’uomo è in serio pericolo. Ma non solo: anche la stessa vita della Bestia Nera corre questo rischio. Il suo problema, era di doversi trasferire in un corpo libero, ma durante il regno dei topominidi era cosa assai improbabile. Nel mondo iper/tecnologico relativista, la Bestia Nera aveva affinato la tecnica e la capacità di mutare, per passare dallo stato organico ad un composto energetico in grado di spostarsi liberamente in ogni zona del corpo. L’evoluta bestia nera si alimenta di pensieri, emozioni, stati d’animo, dispensando così angoscia, ansia, paure e fobie di ogni genere, e ogni sorta di più devastante depressione. In questo modo evita che il corpo muoia ma non impedisce alla mente di impazzire. All’origine la Bestia Nera aveva un potere limitato, e gli anticorpi dell’uomo si attenevano ad un rigido codice etico di difesa, in grado di contrastare ogni sua possibile virulenza. In questo modo, l’essere umano, stimolato dalle gerarchie più alte dei suoi anticorpi, ritrovava orgoglio, coraggio e volontà, e tutta la forza necessaria per tenere a bada la bestiaccia, e per un po’ di tempo farla accucciare sotto la pianta del piede destro. In questo modo l’essere umano, ritrovava la sua serenità e il suo “equilibrio”, sentendosi felice ed appagato. Più tardi, la Bestia Nera, quando intuiva che nessun anticorpo badava più a lei e che l’essere umano, immerso in una sorta di oblio (che gli procurava un senso di onnipotenza) aveva rimosso la sua presenza, allora, proprio allora la bestiaccia, molto lentamente e i maniera quasi impercettibile e subdola, scivolava fuori dalla sua tana per divorare a sorpresa il maggiore numero di anticorpi e neuroni immersi in un profondo torpore. A quel punto, l’essere umano si riprendeva dalla sua sbronza di autocompiacimento, e tutto ricominciava da capo. In breve tempo gli anticorpi organizzavano un duro attacco alla bestiaccia fino a ricacciarla per l’ennesima volta sotto la pianta del piede destro. Ma questo, succedeva tanto tempo fa, come il Disegno divino aveva stabilito. Le paure croniche e traumatiche dell’individuo relativista idiotopomorfo (un ibrido partorito dall’accoppiamento fra uomo e topominide) produssero una tale quantità di negatività, che la Bestia Nera aumentò il suo volume energetico a dismisura, fino ad occupare quasi interamente il corpo astrale dell’umanoide. La Bestia Nera si sostituì per sempre all’uomo antico e sul pianeta terra regnò il buio, il vuoto, e il nulla fu dappertutto. Ricacciarla sotto la pianta del piede destro, era un’impresa impossibile. Solo un numero limitatissimo di individui che, da tempo, si erano ritirati in luoghi schermati e inaccessibili, evitarono il contagio: erano testimoni della fine. “La bestia nera comincia la sua vera escalation, durante la prima e la seconda guerra mondiale, quando il tecnoindustrialesimo ateo e pagano cominciava a mostrare la sua indole necrofila” Con il nazismo, prima e, con il liberismo relativista (sua metastasi) poi, la Bestia Nera entra di diritto all’occupazione del potere più diabolico che mai, nessun pianeta del sistema solare aveva conosciuto prima d’allora”

 

Basthian detto Totòne – la proiezione

 

“Ho riposto tutto nel nulla”, disse Angelo, ad un tratto “E anche tutti gli altri, come il maestro ci ha insegnato; e lui le cose le sa, mica se le inventa - io lo so bene”. Si udirono dei rumori venire da sopra, e il cigolio della porta di ferro mise in allerta Arturo, che infilò la mano destra dentro la tasca agguantando il coltello. Angelo capì e lo rassicurò: “Sono amici, tutti amici, sono qui per il cinema, e poi si leggerà - vedrai, ti piacerà.. anche a Zoe piacerà – lei è molto bella – le piacerà”. Poi, con un cenno della testa, li invitò a seguirlo, in direzione di un pesante drappo di colore rosso cardinale, e dopo averne scostato uno dei lati, ci si infilarono dentro.

Testa di pera diede luce ad una grande stanza, e migliaia di libri, accuratamente sistemati sopra pesanti scaffalature di metallo, riempirono di emozione e smarrimento il cuore di Arturo e di Zoe, che pianse. Sgomento e incredulità gelarono ogni pensiero, e il tempo si fermò per un interminabile istante di silenzio. C’erano tutti: Spinoza, Goethe, Schiller, Merck, Zolà, Schopenhauer, Stendal, Erasmo da Rotterdam e Benedetto Croce, Moravia, Pirandello, Pasolini, Calvino, Pavese, Levi e poi Dostoevskij, Steinbeck, Gibran, e Socrate, Platone, Cicerone, Seneca, Orazio, Cartesio, Paracelso e mille, mille altri ancora, Hugò, Remarquez, Voltaire, Boudlaire, Kafka, e tutti, indistintamente tutti, dai più grandi ai minori. Angelo prese una lunga scala di legno appoggiandola ad uno degli scaffali, e ci si arrampicò. Con la normalità di chi aveva compiuto quel gesto, mille e più volte, estrasse da una lunga fila di libri, un pesante volume e ridiscese. Si avvicinò a Zoe, e sorridendo compiaciuto, la invitò a guardarlo. Era di Arthur Schopenhauer, un gigante dello spirito: “Parerga paralipomena”. Un’opera pubblicata presso un libraio-editore di Berlino nel 1851 che gli diede una fama improvvisa. Zoe, annuì col capo e ricambiò il sorriso. I tre, rientrarono nella grande sala, fra il brusio sommesso degli astanti. Alla vista di un uomo in carrozzella, imponente e con lunghi capelli bianchi, scivolato da dietro lo schermo, ogni bisbiglio si spense di colpo. Testa di pera, gli si avvicinò e pose il libro sulle sue ginocchia. “E il film ?” chiese l’omone, con voce femminea. Angelo, sorpreso, infilò di fretta la mano all’interno della sua giacca mimetica, prese la video cassetta e lentamente l’appoggiò sull’opera di Schopenhauer - poi si allontanò. “Grazie di essere tutti qui” disse l’uomo, e un lungo applauso scrosciante deflagrò come un’esplosione in quello spazio ammutolito e irreale. Qualcuno infilò la cassetta nel videoregistratore e spense le luci. Arturo e Zoe si erano accomodati in prima fila ai lati di Angelo, sorpresi, incuriositi ed eccitati per un tale evento, unico e inimmaginabile.

Al campo 7, della zona rossa 451 C, fra le paludi di Chartà e le terre dei Dolom, una cosa del genere non era neppure pensabile. Un piccolo frigorifero alimentato a gas, solo sopravvissuto al grande rogo del 2015, rappresentava l’ultimo baluardo di una civiltà per sempre defunta. La proiezione ebbe inizio e allora, la felicità, accese gli occhi di tutti, facendoli brillare come lucciole nella notte. Il cuore pompava il sangue con vigore, e sembrava che i suoi battiti risuonassero come eco nell’immenso scantinato. L’adrenalina si disperdeva in ogni parte dell’essere, eccitando ogni fibra e ogni emozione. Gocce di sudore, sospiri e gemiti, caricavano di ansia la spasmodica attesa di quel sogno rubato, e quando la sagoma di Totò apparve sullo schermo, applausi, risate, commenti e schiamazzi, sfociarono in un totale tripudio. Poi, tutto rientro per un attimo, ma subito dopo, la grande festa ricominciò e si protrasse fino alla fine. L’euforia si mescolava alle lacrime e sembrava che la felicità di quel momento, avesse per sempre rimosso l’infausta visione di una terra senza speranza. “Miseria e nobiltà”, una delle più esilaranti e intelligenti pellicole prodotte dagli ultimi maestri del vecchio mondo, aveva fatto germogliare l’illusione di una possibile rinascita, per novanta minuti. Dietro il sipario, all’interno di un armadio in stile decò, si trovavano tutti i film di Totò, accuratamente titolati e numerati: Fermo con le mani del 1937, San Giovanni decollato (1941), Arrangiatevi, con De Filippo (1959), Fifa e arena e Totò al giro d’Italia (1948), Yvonne la Nuit e Totò cerca casa (1949), Totò a colori e Un turco napoletano (1952), Totò all’inferno e Siamo uomini o caporali (1955), Napoli milionaria del 1950, La Mandragola (1965), Uccellaci e uccellini, di Pasolini (1966), ecc.. La proiezione dei film di Totò, avveniva il 24 di giugno e la vigilia di Natale di ogni anno e, a giorni alterni, escluso il mercoledì, ci si ritrovava per leggere insieme i grandi autori della letteratura mondiale. L’uomo sulla carrozzella si spostò verso il centro dello schermo. Angelo si precipitò verso di lui con un’asta nella mano sinistra e un microfono nella destra, che sistemò all’altezza della sua bocca... continua...

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