Passi veloci, in fretta, scale, ancora altre scale. Il bip delle porte della metro che stanno per chiudersi accelera il cuore: un ultimo sforzo!

Ce l’ho fatta. Le porte si chiudono con un tonfo muto e indifferente, stranamente c'è un posto libero, che occupo subitamente pregando che nessuno mi si segga accanto. Non è tanto per la conversazione, non è un obbligo farla, è per il silenzio, per lo spazio a me tolto. Il giubilo dura poco: un anziano signore ha trovato posto accanto a me. I vecchi: logorroici, tanto, invadenti, pure. 

Non posso fare a meno di notare il mazzo di fiori che ha in mano. «Devo andare a vedere la laurea di mia nipote» mi dice, accorgendosene. Gli sorrido, non sembra burbero: «Devo scendere a Università, a canosco buono 'a metropolitana, ma chesta fermata me pare nova» l’uomo blocca il fluire dei miei pensieri, ma solo per cominciarne un altro. Immancabile è il pensiero che corre ai miei nonni e a quanto erano orgogliosi di vedermi con la corona d’alloro. 

«Non si preoccupi» lo rassicuro «anch’io devo scendere a Università, l'accompagno io in sede. In cosa si laurea sua nipote?» I rumori del treno fuori e della folla dentro rendono difficile la comunicazione. È un continuo di voci e suoni e prossima fermata e rotaie sui binari. 

«Eh non lo so» riesce a rispondermi, «mi hanno solo detto che devo andare a Porta…» indugia un momento cercando tra i ricordi, «Porta di Massa» 

«Ottimo! Non si preoccupi, devo andare anch’io lì»

«Ti devi laureare pure tu?» mi chiede cercando con lo sguardo qualcuno che possa essere un mio parente. 

«No, no, già dato!», accenno un sorriso, «in realtà da poco mi sono addottorata». Mi appresto a specificare non appena intravedo la solita fronte corrugata: «è come… una terza laurea» mento, ma è più facile spiegarla in questo modo.

«Uah addirittura, tre lauree! E allora sei bravissima! Brava, brava!» mi dice e batte le mani: un plauso di orgoglio e meraviglia solo per me. Mi sento fortunata.

Lo ringrazio solamente, non sapendo cosa aggiungere. Sono sicura, che dico, sicurissima che ora la domanda seguente sarà: e ora che farai? È la domanda più gettonata, quella che pulsa sulla testa come un martello pronto a schiacciare la gioia di un minuto prima.

«E ora» 

eccolo 

«sei contenta?»

Cosa?

Mi ha preso alla sprovvista. Ero già pronta a rispondere col classico sospiro e un si vedrà che non lascia campo libero ad altre domande. E invece questo signore distinto, elegante, che parla un buon italiano misto a un ottimo napoletano, è davanti a me a chiedermi semplicemente se sono contenta. 

Ma io sono contenta? 

Lo guardo negli occhi e mi trovo ancora una volta a sospirare: «Quando avrò trovato lavoro lo sarò» concludo. Mi sembra la cosa più onesta da dire. 

L’uomo risponde al mio sorriso, ma il suo è più largo, più sincero: «Quindi la felicità va a tappe? Aspè mo arrivo qua e sono felice, aspè però forse se arrivo qui sono più felice. Mo' ti dico una cosa», continua, «io e mia moglie ci siamo sposati che non avevamo nemmeno la casa, stavamo dai suoi genitori. Lei era sempre triste e io le dissi Aspettamme ancora ‘nu poco, vedrai che saremo felici nella casa nostra. Lavoravamo entrambi per averla e ci riuscimmo con sforzi e sacrificio. Dici tu, l’avevamo trovata la felicità, no? E no, perché volevamo un figlio che tardava ad arrivare, allora quella felicità iniziò a svanire»

Si ferma un attimo, quasi a prendere fiato, poi continua:

«Quando arrivò Pasquale sembrò di nuovo che la felicità abitava nella nostra casa, ecco, mo' sì che possiamo essere felici. Però volevamo fare compagnia a Pasqualino e quindi cercammo un altro figlio e così spostammo ‘a tacchetta d’a felicità a quando sarebbe arrivato il secondo figlio. Dopo di lui subito arrivò pure la terza, Teresa, la mamma di mia nipote. Mo' che vuoi di più, figli, nipoti, ‘a felicità l’avimmo raggiunta, no?»

D’un tratto si fa serio, un po’ mesto, per poi continuare il suo racconto: «a mia nipote, la laureata, hanno diagnosticato una malattia strana, difficile pure a pronunzià, figuriamoci a guarì. Come si può essere felici, ora? Neh signurì, io avevo perso il sorriso e con me mia figlia, mia moglie, tutta la famiglia. Un giorno accompagnammo mia nipote e i suoi genitori all’ospedale, scendemmo proprio alla fermata Policlinico, chella llà, e chi se lo scorda. Mia nipote doveva fare una visita di controllo per capire se le cure stavano funzionando. Lì vidi bambini, adulti, anziani, neonati intubati! Che scempio, Madonna mia. Così giurai Signore, si va bene, si ‘a situazione resta stazionaria, io nun me lamento cchiù»

«E com’è andata?».
Nel frattempo la metropolitana è arrivata alla nostra fermata, ci apprestiamo ad uscire lentamente per accompagnare il passo dell’uomo. Cerco di frenare l’ansia che mi spinge a chiedergli di continuare, ma fortunatamente non ce n’è bisogno: lo sta già facendo. «È andata benissimo» mi dice velocemente affinché non mi preoccupassi, «te l’ho detto, nun è ‘na storia triste! Però, sai che è successo? Che il giuramento l’ho tradito. Che di nuovo mi sono lamentato perché la vita non è solo cose belle, è fatta di ostacoli e a volte di vere e proprie montagne. Alcune non le puoi nemmeno scalare, come la malattia di mia nipote, che non può guarire. Però, ‘o discorso sta tutto qua, qua sta ‘o punto: mia nipote sta bene, e io, pe’ grazia ‘e Dio, me la cavo. E allora, l’avimmo raggiunta ‘a felicità? Avimmo segnato ‘o traguardo?»

Arrivati all’Università, accompagno l’anziano signore verso una donna ben vestita che sembra riconoscere come la figlia. Non c’è più tempo per continuare il discorso, si gira verso di me per ringraziarmi, il passo lento dall’equilibrio precario. Sa che ho bisogno che finisca la storia, che necessito di una risposta: «Picceré, grazie per questa bella chiacchierata». Poggia la mano rugosa sulla mia, io gliela accarezzo piano, come per paura di romperla. «Lo so, sono ‘nu poco chiacchierone, non lo parlo bene l’italiano, però è bello essere ascoltati. Ricordati queste parole: la felicità nun è ‘nu traguardo, è ‘nu percorso»

Lo guardo allontanarsi mentre si appoggia alla figlia per continuare a camminare, immagino i suoi occhi colmi di gioia mista a lacrime quando vedrà la nipote con la sua corona. Un percorso, non un traguardo, mi ripeto. E se la felicità non fosse altro che questo, un continuo muoversi tra una stazione e l’altra, un breve attimo di pace tra le corse della vita? Sorrido: a quell’uomo senza nome, alla vita e, forse, anche un po’ a me stessa.

Sei contenta? Sì, sono contenta.

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