Alle quattro e un quarto del mattino, qualcuno mise in moto una ruspa.

Insultò le vie della città percorrendole di notte fino al centro dove, in tenuta antisommossa, i poliziotti si erano schierati già presso uscita secondaria del teatro dove stavano dormendo gli occupanti, niente più che mascalzoni disarmati. Artisti, musicisti, insegnanti, architetti… persone insomma, che di lì a poco sarebbero scappate fuori, tra le braccia della polizia. Fastidiosa gentaglia ossessionata dall'idea della cultura, che non digeriva la demolizione dello storico teatro di Tirana, demolizione scritta e approvata nei permessi e documenti del governo.

La ruspa, col suo chiasso a passo lento, raggiunse la facciata principale del teatro alle quattro e mezza del mattino di domenica 17 maggio del 2020 in Albania, come un ladro nella notte, sferrò un pugno col suo ferro alla facciata principale che, indifesa, venne giù.

In un attimo.

Decenni di splendore, di voli nel futuro, di elogio alle passioni umane, alla bellezza, alla commemorazione dei dolori della storia, divennero un boato di macerie polverose dentro al buio dell'ottusità che firma leggi e documenti.

Un buio con le carte in regola.

 

Cristiana Venturi

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