Del loro primo incontro lei rammentava la voce.

Non esattamente il suono o il timbro o la frequenza, ma la voce, come fosse un’entità vivente.

Erano ad un party, lei era girata di spalle, con il bicchiere dell’aperitivo tra le mani.  Sentì lui dissentire sull’andamento della giornata calcistica.

Si girò e lo guardò in volto, ma in realtà stava cercando con lo sguardo di incrociare una voce,  per capire se esistesse veramente o fosse un frutto immaginario. O magari l’acustica inquinata.

No, era autentica.

Come lo erano le spalle larghe dentro alla giacca nera e gli occhi scuri con lo sguardo da bambino, celati dietro ad un paio di occhiali, stessa montatura di Clark Kant  prima di trasformarsi in Superman.

Certe cose si sentono a pelle e senza una ragione.

Lei capì all’istante che quella sarebbe divenuta un tormento, una necessità, un canto delle sirene. 

Era  bassa e profonda e toccava corde misteriose, segnava le differenze tra uomo e donna e aveva dentro un qualcosa che preludeva al fatto che quella voce avrebbe saputo contribuire alla continuazione della specie. 

Non mancò la prima occasione per presentarsi.

La risposta di saluto le restò addosso, come la sua stretta di mano calda.

Ci pensò su quella notte, mentre si toglieva il trucco prima di andare a dormire, eccitata dall’idea di rivederlo l’indomani mattina. 

Ci pensò su anche molti anni dopo, ritrovandosi un suo vocale inaspettato in segreteria.

Non c’era nulla da fare. Quando lui le parlava, non importavano le parole dette, i toni diventavano bassi, poi si stabilizzavano e creavano una sorta di complicità.

Come un’intimità ancestrale svincolata dai luoghi, che apparteneva solo al loro dialogare.

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