Come mi trovi ?”, chiese lei,

a bruciapelo, venticinque anni dopo.

“Segnata! ”, ripose lui, diretto, con un solo aggettivo che non prevedeva né preamboli, né prologhi.

Fu questione di un istante. Alessio raccattò al volo l’imbarazzo caduto di colpo sul loro tavolo. Uno all’aperto, accoccolato nella notte veneziana tiepida, illuminato dalla luce rosso arancio delle lampadine colorate che rimandavano il riverbero sullo specchio d’acqua del canale. Lui farfugliò qualcosa, tra le scuse e la spiegazione, ma lei non ascoltò.

La replica era stata secca, pronta e autentica. Schietta e dolorosa. Lei l’aveva quasi attesa quella sentenza.

Gli sfregi battuti sul corpo e sull'anima si vedevano, tutti quanti, e non esisteva in commercio una maschera in grado di riempire i solchi profondi che le disillusioni della vita avevano inciso sul suo viso e ancor più a fuoco sull’anima. Tantomeno quella da quattro soldi che, in fretta e furia, aveva messo in posa sulla faccia quel pomeriggio.

A mente inventariò le sue pieghe, chiedendosi quale l’avesse più impressionato. Quelle labiali o quella leonina ? Aveva imparato a conviverci, senza ribellarsi, spalmandoci sopra un filo di idratante la sera.

Lui abbassò gli occhi sulla tovaglia come sconfitto, lei li versò sul vestito.

Lui era dispiaciuto per non averla protetta, lei non aveva voluto e il tempo aveva vinto.

"Il tempo vince sempre, il tempo, lui soltanto”.

 

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