Ci volle un po’ di tempo per ottenere la conversazione con l’abbonato, il Canada è pur sempre dall’altra parte del mondo.

Parlò a lungo con il figlio, gli raccontò del suo naufragio, di Albino ed Elena, del suo ricordo lì sul molo.

 

Sul molo, Diego camminava lento, il dondolio delle onde riflesso negli occhi.

Le barche nel porto di Halifax splendevano; un insolito sole ottobrino illuminava l’aria, senza riuscire a riscaldare il cuore, già chiuso, nella sua compatta vita trasparente.

Diego si strinse in quel maglione blu che aveva trovato nell’ingresso, non era suo, forse lo aveva dimenticato Leon, il suo compagno spagnolo.

Si erano conosciuti a Praga durante una vacanza. Entrambi amavano viaggiare, erano incalliti vagabondi con un’anima da nomadi appena domata dall’educazione al progetto, alla stabilità, fiumi di parole che erano riuscite solo a modellare le cime di quelle loro vite inquiete, visionarie: altre vite, altri mondi, dichiarati inesplorabili o addirittura inesistenti da chi non aveva voglia di avventurarvisi.

Entrambi ingegneri, si erano dedicati totalmente alla studio e alla diffusione delle energie alternative: pannelli fotovoltaici, pale eoliche. Ogni volta che vedevano un impianto del genere entrare in funzione, provavano una gioia indescrivibile, intima e profonda, condivisibile solo tra anime affini. Si amavano per questo, per lo stesso vecchio motivo per cui due creature si amano, per lo stesso misterioso, insondabile miracolo di affinità e consonanza.

Erano in Canada da due anni, per lavoro, Halifax ultima sede, amatissima.

Amavano entrambi quel cielo mutevole, prima una malinconia di nuvole ad incupirne lo sguardo, un attimo dopo l’urlo dell’aria mescolato allo stridio alto dei gabbiani. Poi. Il sole. Morbido velo di luce dentro cui nascondersi e pensare.

Diego e Leon, un amore, un fiore tra un milione di altri, perfetta struttura di materia e poesia, senza altra ragione che le sue ragioni, senza altra spiegazione che la sua naturale necessità.

Diego immaginò Leon salutarlo dall’anticamera, di primo mattino, mentre lui, assorto, si preparava il caffè.

“Qhe pasa Diego?” e scompariva sorridendo dietro la porta di casa.

“Qhe pasa Diego?” lo chiese a se stesso. Rabbrividì.

Quella telefonata lo aveva costretto ad uscire di casa.

Halifax quel giorno era accogliente, gravida di un inverno ormai prossimo che, in quel momento, sembrava ancora lontano.

Passò una nuvola: inattesa.

Gli venne in mente sua madre, all’improvviso, come un ospite trovato ad attenderlo sui gradini davanti alla porta di casa.

“Da quanto tempo sei lì, mamma?” pensò.

La rivide. Con la sua borsetta nera delle grandi occasioni, quella con la fibbia di metallo che si chiudeva con un clic ma, se facevi piano piano, non si sentiva. Diego le rubava le caramelle con quel trucco, le sue caramelle al miele per la tosse, quella tosse che se l’era portata via. Definitivamente. Lei era sempre stata un po’ lontana, come una nuvola, come la speranza di una morbidezza troppo incorporea per poterla toccare.

Quel giorno, Diego se lo ricordava sempre quando ripensava a sua madre, lui aveva dieci anni e stava finendo di sistemare i regali sotto l’albero: era la vigilia di Natale. Erano soli in casa. La madre stava apparecchiando, attendevano ospiti: la famiglia del padre, lei era orfana di entrambi i genitori e aveva scarsi rapporti con i suoi numerosi fratelli.

“Mamma, come si chiamava il nonno?” le chiese Diego seguendo qualcuna delle sue insolite ispirazioni.

“Mosè” rispose lei brevemente, continuando ad aggiungere dettagli alla tavola ammannita con austero candore. Un’alterigia cupa emanava dai pesanti tendaggi di broccato scuro, dai candelabri simmetricamente equidistanti dal centro, come sentinelle immobili sui bastioni di una lunga credenza bassa, istoriata con piccole architetture concentriche, in ogni angolo e spigolo, infinitamente arrotolate su se stesse, come code di spaventosi serpenti chiusi in un letargo di legno impenetrabile.

Il lungo tavolo, posto al centro della camera rettangolare, dominava la scena, abbagliato dalla luce vitrea di un lampadario a gocce di cristallo, un enorme sole a spicchi, grappolo di diamanti duri, sospeso, in quell’aria rarefatta da cattedrale abbandonata.

In un angolo, vicino ad un pianoforte chiuso, a pochi metri da una vetrinetta in cui si intravedevano stoviglie di ceramica, sapientemente decorate, Diego addobbava l’albero che, solenne e silenzioso, gli offriva le sue braccia aperte, sulle quali il bambino disponeva fiocchetti rossi, lentiggini bianche di ovatta, grappoli di palline multicolori.

“Ti piace mamma?”

“Bello, sì, bello” come se avesse detto passami il sale… oggi fa freddo… qualcuno ha bussato alla porta… o qualunque altra cosa.

“Com’era nonno Mosè?” chiese Diego all’improvviso.

“Alto, molto alto”.

“Come quest’albero? E ti faceva volare quando ti prendeva in braccio? Così…” e prese a fare giravolte; imitava un elicottero con le braccia aperte e un rombo di labbra vibranti.

“Non mi prendeva in braccio, i padri a quel tempo non prendevano in braccio i figli, specialmente le figlie femmine” spiegò nervosa, affaccendata attorno a quel desco di cui, ogni volta che passava, stirava gli angoli con le mani: una carezza perentoria, senza simpatia o gratitudine.

Diego la guardò: ”Ma almeno ti raccontava le storie?”

“Non mi raccontava niente, smettila, Diego. Tu sei figlio unico non puoi capire. Io avevo otto fratelli, forse mio padre non si ricordava nemmeno il mio nome” concluse sottovoce; quella cosa del nome la disse a se stessa, ma Diego aveva sentito.

“Tu menti, i genitori lo sanno come si chiamano i figli perché il nome lo hanno scelto loro e poi papà mi ha raccontato…”

Il ceffone arrivò fulmineo, generato dal nulla. L’orma sulla guancia del bambino, unica prova del suo passaggio.

Non lo guardò neanche, lei, se ne andò in cucina, la mano colpevole lungo i fianchi, come l’altra, nessuna differenza.

Quella sera Diego, dopo la cena sontuosa, i regali sobri ed utili, le inutili bugie per raccontare il motivo, qualche motivo, per la presenza di quell’orma sul suo viso, fu mandato a dormire.

Sognò nonno Mosè: lo faceva volare come un elicottero e lui rideva talmente tanto che piangeva.

 

Si toccò il viso, come se quell’orma fosse ancora lì, appena sotto la peluria ispida della barba: non si era rasato quella mattina.

Era ritornato sul molo ora, ad Halifax, dove le navi trasudavano la luce di un insolito sole ottobrino.

Voleva rivedere il padre, al telefono lo aveva sentito vecchio. Uno stanco vecchio arreso. Sua madre invece non si era mai arresa; Diego provò una profonda pena per lei.

Gli sembrò che suo padre fosse tornato dopo un lungo solitario viaggio, con quella tenerezza pudica dei vecchi che sembrano chiedere scusa per le loro piccole imperfezioni: i loro corpi un po’ sgualciti, i loro sguardi umidi da randagi. Ebbe di lui una nostalgia tagliente.

Doveva rivederlo, anzi, vederlo, per la prima volta, da vecchio.

 

Leon lo guadava preparare le valigie, a cena non aveva toccato quasi nulla. Diego era calmo, ma Leon sentiva quella sua urgenza: doveva assomigliare ad uno spasimo doloroso.

Avrebbe voluto abbracciarlo, spremere fuori dal suo corpo un po’ di quella febbre che lo stordiva, rendendolo quasi inconsapevole della sua presenza. Era solo. Erano soli.

La mattina seguente Leon lo accompagnò con lo sguardo, dalla finestra. Salutandolo davanti alla porta, gli aveva detto: “La prossima volta verrai con me”.

Partì. Tornava. Anche suo padre era tornato, non era più una maschera di dolore impenetrabile, come lo aveva visto l’ultima volta, aveva telefonato, voleva dire che Diego non era più colpevole, era stato assolto, anzi, prosciolto per non aver commesso il reato, era un uomo libero.

Aveva sbagliato, suo padre si era sbagliato. Era finita.

Quando lo rivide davanti alla porta il professore Rega capì: aveva solo avuto paura di perderlo. Si rifugiò, esausto e fragile, nel suo giovane abbraccio.

 

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