Aurelio, Romolo e Massimo erano tre giovani, figli di quella periferia capitolina che poco o nulla offre allo sviluppo e al benessere delle famiglie che vi abitano. Tre giovani usciti troppo presto dal circuito della scuola per entrare nel giro dei disoccupati, che sopravvivono disperdendo il tempo della loro gioventù in mille lavoretti alla giornata.

Aurelio, detto “ il bibitaro”, aveva trovato un’occupazione all’interno dello stadio Olimpico, vendeva bibite e altro alla buvette e spesso faceva dei giri fra gli spalti per portare sul posto la sua merce. Romolo era soprannominato “er cravattaro” per la sua tendenza a maneggiare denaro e fare di questa sua capacità un lavoro al limite delle legge. Prestava denaro a usura e tirava avanti ai margini della società. Il terzo era Massimo che per la sua corporatura esile e delicata era chiamato “ er grissino”. Era scarso di torace, però aveva un cervello davvero fino, uno di quelli che erano capaci di cavarsela in ogni situazione, anche la più difficile nella quale potesse trovarsi.

Questi tre provenivano dalla stessa zona di Roma e quello che li univa era la grande passione per la squadra cittadina. Erano romanisti fin dentro le ossa. Magari non avevano un lavoro, una famiglia che li seguiva, ma l’amore per la squadra giallorossa riempiva tutti i vuoti della loro vita. si vociferava che a Natale per tradizione mangiassero insieme un panettone farcito di marmellata di fragole, per onorare il giallorosso della loro amata squadra.

Erano quasi diciotto anni che la Roma non vinceva lo scudetto, l’ultimo, quello della stagione 82/83 per merito di Liedholm, stava diventando un ricordo, ne sentivano parlare da quelli più anziani, ma personalmente loro, come tanti altri tifosi di ultima generazione, non avevano avuto ancora il piacere di vedere alzare il simbolo di campione d’Italia. La stagione in corso prometteva bene, la squadra stava facendo bene, a fine campionato la Roma era arrivata con solo due punti di vantaggio sulla Juve, avendo pareggiato due a due con la stessa all'Olimpico. Occorreva vincere a tutti i costi l’ultima partita, quella con il Parma, altrimenti potevano dire addio allo scudetto.

Per fortuna la domenica la squadra si comportò bene e vinse con facilità la partita, lo scudetto era vinto. I tre amici non stavano più nella pelle, si scatenarono in festeggiamenti per i successivi tre giorni con i consueti caroselli di macchine che giravano strombazzando per la città.

Passata l’euforia della festa e accantonato lo scudetto ora si presentava all’incasso il prossimo sogno da realizzare, la Champions League. Come vincitrice dello scudetto la Roma partecipava di diritto. All’interno della squadra c’era euforia, tutti si sentivano veri campioni, capaci di affrontare e sconfiggere chiunque si presentasse davanti. Il campionato era stato lungo e impegnativo, specie per i giocatori della Roma, ma sull’onda dell’entusiasmo si sentivano in grado di partecipare e vincere.

La fase a gironi portò la Roma ai quarti e poi, con merito e un po’ di fortuna, anche alle semifinali. L’adrenalina saliva con l’avvicinarsi della finale, i tre ragazzi erano eccitati come non mai, avevano di proposito tralasciato ogni altro impegno per dedicarsi anima e corpo ai preparativi per festeggiare la vittoria di Champions.

Battere il Manchester United fu un colpo di fortuna, ma nel complesso la Roma meritò la qualificazione alla finale. L’allenatore Capello portò la squadra in ritiro, non voleva distrazioni di sorta, la concentrazione doveva essere al massimo. In cuor suo pensava che ormai ce la potesse anche fare, anche se stanchi i suoi giocatori erano pedine di prim’ordine. Il trio delle meraviglia in attacco faceva ben sperare,

Francesco Totti, Gabriel Batistuta e Vincenzo Montella (l’aeroplanino) avevano dimostrato il loro valore in più di un’occasione, si poteva e si doveva tentare.

Finalmente giunse il giorno tanto atteso, l’intera città era in fibrillazione. La partita si giocava in campo neutro, a Monaco di Baviera sul campo del Bayern. Le contendenti erano Liverpool e Roma. ancora una volta lo scontro fra due scuole di calcio, le migliori al mondo. Il gioco di fantasia e precisione italiano contro la forza fisica e la costanza degli inglesi.

Le squadre sono in campo e al via cominciano a studiarsi. I primi tentativi di sfondamento da parte inglese vengono vanificati dalla difesa romanista e altrettanto fanno quelli della parte avversaria, si va al riposo con il risultato di zero e zero. La ripresa si presenta con qualche sprazzo di gioco in più, le due squadre tengono strette le maglie del centro campo e della difesa, più che attaccare tendono a difendersi, nessuna delle due vuole cedere, si va avanti con lo stesso monotono andamento fino al fischio finale.

I tempi supplementari non cambiano la fisionomia di una partita giocata senza risparmio, ma che non ha portato nessun vincitore. Si va ai calci di rigori e qui la tensione sale, Emerson sbaglia il suo tiro e il Liverpool è in testa, ma il portiere della Roma azzecca due parate spettacolari e alla fine con il punteggio di 4 a 3 la Roma si aggiudica l’ambito trofeo.

Immediatamente in città si formano cortei di macchine impazzite, arriva l’apoteosi, una vittoria risicata e combattuta ma che premia l’impegno di capitan Totti e i suoi. In ogni parte della città si verificano scene di giubilo, la gente sembra impazzita, peggio dell’arrivo degli americani nel 44'.  

<< Romolè!   e daje svegliati! >>

<< ‘Massimì, te voie sveglià, forza che semo rimasti soli, lo vedi lo stadio è voto! >>

<< che stai a dì, nun stamo a fa festa per la vittoria di Champions? >>

<< ha ragione er cravattaro, stavamo a fà un casino del diavolo, com’è che stiamo qua all’olimpico? >>

<< Ah regà. Che state a dì voialtri, è da mò che è finita la partita co la Juve, avemo pareggiato, poi so annati tutti e voi ve siete addromentati, vi siete scolati tutte le bibite e anche il fiasco de vino che aveo portato per festeggiare almeno la vittoria su quella dannata Juve. >>

<< Perché nun avemo vinto manco quella? Solo pareggiato? >>

<< e no? si nun era pe’ er capitano Francesco stavamo a perde due a zero >>

<< accidenti Aurè, ‘che lo sai che stavamo a sognà che avevamo vinto la Champions contro il Liverpool, oh, sembrava vero, com’era bello, tutta città era in festa, li caroselli pe le vie, la birra. Peccato, Ma sei sicuro che non è successo? Nun ce posso crede >>

<< E che voi fa, sarà pe n’antra volta, ora sbrigamose che devo riportà il vassoio co le bibite al casotto e cerchiamo di non farci vedere, se no ci piglio una di quelle multe che mi pelano >>

I tre si alzarono e mogi si diressero verso l’interno dello stadio, mentre il sole calava lentamente dietro la gradinata ovest, lasciando in ombra il quadrato di gioco dove si era consumata un’altra domenica di gioie, aspettative e speranze da parte di giovani che avevano riposto nel calcio i loro ultimi sogni di riscatto.

 

 

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