Stava meglio, stava decisamente meglio. Fisicamente e di testa stava meglio. Con il cuore aveva ancora da regolare alcuni conti ma sapeva benissimo che sarebbe stata una battaglia dura, a tratti atroce, con frequenti ricadute nello sconforto. La sua vita non era cambiata di una virgola se non nell'enorme spazio vuoto che lasciavano i ragazzi quando erano dal padre e nelle notti troppo silenziose e sole, per il resto l'andamento non aveva cambiato rotta. Non si era data alla pazza gioia con le amiche (ma quali amiche poi?) e non si era buttata tra le braccia di uomini di passaggio solo per il pressante bisogno di sentirsi ancora donna. Aveva passato un periodo nero, si era fatta trascinare in basso dalla spirale delle insicurezze, delle domande che mai una donna, una moglie, dovrebbe porsi. Si era chiesta quali errori avesse commesso, che cosa di lei non andasse. Cosa avesse fatto per indurre Leonardo a lasciarla. Non era forse sempre stata sincera? Non l'aveva sempre amato? Forse lui non sopportava più la loro routine? Forse lei non era più abbastanza per lui? Ma allora perché non aveva mai detto nulla parlandole con l'onestà che dovrebbe essere sottintesa in qualsiasi rapporto di coppia? Era addirittura arrivata a sentirsi brutta e inadeguata, sbagliata sotto molti aspetti. Aveva passato settimane a chiedersi in cosa avesse potuto cambiare, cosa potesse fare per rimediare. Mesi interi a cercare di capire quale fosse stato lo scoglio che lui aveva giudicato insormontabile. Notti fatte di pianto e maschere messe al mattino, interrogativi su interrogativi che le giravano in testa mentre cercava di condurre una vita il più possibile normale per non turbare i ragazzi, provando a limitare i danni in ogni modo. Ma quando un muro comincia a sgretolarsi, a perdere solidità, è inutile mettere altro cemento, ridipingerlo e fare finta di nulla, tanto alla fine crollerà lo stesso. Occorre allora buttarlo giù e ricostruirlo da capo, con mattoni nuovi, tenendolo insieme con la ferma intenzione dare vita a qualcosa di molto più solido. Anita sciacquava le tazze e pensava a quanto tempo avesse sprecato cercando di rincollare i pezzi di sé, quando alla fine aveva capito che la vita che aveva conosciuto per molti anni semplicemente non sarebbe mai più esistita. Si trovava davanti una realtà nuova e non la poteva affrontare guardando indietro, perché se si volta la testa da un'altra parte non si presta attenzione a quello che si ha davanti e davanti aveva fondamenta solide, irremovibili, sulle quali poter cominciare a costruire. Aveva spalle larghe per sopportare i colpi che era sicura avrebbe dovuto ancora ricevere, aveva quel foglio bianco che fa tanta paura nel suo candore ma che dà anche spazio e possibilità di poter scrivere qualcos'altro. Era certa che lo sguardo lo avrebbe rivolto ancora mille volte al passato, ma era anche certa che sarebbe comunque tornata a guardare davanti. Perché aveva dalla sua parte la paura, la solitudine e l'opportunità. La paura l'avrebbe costretta a tirare fuori il coraggio, la solitudine le avrebbe regalato nuove forme di libertà e l'opportunità l'avrebbe spinta a muoversi invece di stare ferma, che a stare fermi non succede mai niente.

«Mamma, Daniele non si vuole lavare i denti!» gridò Carlotta dal bagno, Anita si asciugò le mani e li raggiunse.

«Daniele...» gli disse, mentre lui ne se stava con le braccia conserte sul petto e la faccia imbronciata. Se non ci fosse stato il pigiama di SpongeBob a raccontare la sua età si poteva dire che avesse un piglio da adolescente. Anita lo guardò sorridendo tra sé pensando che tra una decina d'anni non sarebbe stato tanto facile tenergli testa.

«A me non mi riesce!» aveva sentenziato Daniele, sollevando le braccia dal petto e ributtandocele con forza, i gomiti formavano angoli di quarantacinque gradi.

«Guarda che se non ci provi non impari» gli disse Anita. «Dai sto io qui con te, ti aiuto se ti serve» Daniele si convinse un po' controvoglia e cominciò maldestramente a spazzolarsi i denti, gustandosi il dentifricio alla fragola e impugnando lo spazzolino a forma di squalo in un modo che Anita si chiedeva come potesse funzionare. Ma funzionava. Era bastato provare. Magari non sarebbero stati denti perfettamente puliti ma si era comunque mosso, non era stato fermo.

«Va bene, mamma?»

«Benissimo!» rispose Anita, asciugandogli la bocca. «Ora vai a vestirti.» Daniele corse in camera e lei prese a spazzolarsi i capelli. “Se non ci provi non impari”, era molto brava a dare consigli ai suoi figli ma decisamente meno a seguirli per sé. Anche lei avrebbe dovuto provare a vivere quella nuova vita, dall'oblio era certa di essere riemersa ma il cammino era ancora tutto da compiere. Bastava cominciare con il primo passo ed era determinata a farlo. Da sola, senza i suggerimenti di chi, tanto, non sapeva affatto di cosa stesse parlando. Da sola, con la paura, la solitudine e l'opportunità. Che non importa come si impugna lo spazzolino, importa solo se, alla fine, i denti li hai lavati.

I bambini si vestivano rumorosamente nella loro camera, Anita si preparò in fretta e li aspettò in cucina con gli zaini pronti e gli impermeabili in mano.

«Piove tanto, mamma?» chiese Daniele, mettendolo.

«Sì, abbastanza.»

«Però non mi sembri arrabbiata. Di solito se piove quando dobbiamo uscire ti arrabbi.»

«Stavolta no, stavolta mi piace.»

«Ok» fece lui, senza chiedere altro.

«Su, tutti fuori che facciamo tardi.»

I bambini uscirono, ognuno con lo zaino sulle spalle e l'aria un po' più sveglia.

«Sono contenta che oggi ricomincia la scuola» disse Carlotta mentre scendevano le scale. «Mi piacciono gli inizi.»

«Anche a me tesoro» le sorrise Anita.

Adesso gli angoli della bocca non si piegavano più in giù, anzi spontaneamente salivano verso il cielo da dove quella mattina le nuvole la stavano applaudendo per l'inizio della sua rinascita.

 

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