Jay non aveva mai detto una singola parola su Mary-Ann. Fritz aveva detto qualche parola su Mary-Ann. Connor aveva detto qualche parola su Mary-Ann. Ma non Jay. Sì, una volta ero seduta di fronte a lui, al bar, un giovedì sera, credo, e l’avevo sentito fare il suo nome parlando nell’orecchio a Fritz, come per non farsi sentire da qualcuno. Avevo cominciato a intuire qualcosa. Jay aveva una Mary-Ann e la teneva nascosta. Una volta ho sentito che ne parlava con Gilbert. Lui gli faceva domande su come avessero trascorso l’ultimo dell’anno, e Jay rispondeva un tantino reticente, finché non riuscì a cambiare discorso. Allora tornò quello di sempre. Io facevo finta di non sentire. Ma avevo sentito tutto. Perché nascondere la sua Mary-Ann? Gilbert non avrebbe mai e poi mai fatto lo stesso con me. Perché?

 

Iniziai a pensarci sempre più spesso. Pensavo già abbastanza spesso a Jay, più o meno dalla sera in cui lo avevo conosciuto. Ora pensavo a come potesse essere la sua Mary-Ann. Cercavo di immaginarla.

Qual è il tipo di ragazza che non viene presentata agli amici? Qual è il tipo di ragazza di cui non si parla in presenza di altre ragazze? Qual è il tipo di ragazza che viene tenuta nascosta?

 

Provai a pensarci per bene, e me la raffigurai prendendo le misure su Jay. Jay non era proprio niente di speciale. Era di bell’aspetto, ma non aveva una gran personalità. Era simpatico e di compagnia. Ma non appena si scavava un poco più sotto la superficie non si trovava altro che un banalissimo ventitreenne senza interessi in particolare. Forse era questo che mi piaceva di lui. Che non fosse niente di quello che ero io. Che non fosse sveglio. Che non fosse ambizioso. Che non eccellesse in un bel niente. Che mi guardasse con un misto di curiosità e soggezione. Uscivamo con lo stesso gruppo di amici e, sebbene fosse spigliato e facesse il pagliaccio con tutti— soprattutto con qualsiasi ragazza gli capitasse a tiro — con me non succedeva. Ci aveva messo un po’ a rivolgermi la parola senza sembrare un ragazzino teso a un esame universitario. Dopo la nostra prima conversazione mi sembrò parecchio allegro e mi parve più a suo agio, nelle occasioni successive. Non abbastanza da parlarmi di Mary-Ann, comunque. Se non fosse stato per le chiacchiere che avevo casualmente sentito dagli altri, ero legittimata a pensare che non esistesse alcuna Mary-Ann. Era questo che voleva?

 

Mary-Ann.

 

Decisi che avesse qualche anno in meno di noi. Che fosse addirittura ancora alla scuola superiore. Decisi che avesse i capelli crespi e di un colore indefinito. Che l'ultima volta che avesse letto un libro era stato in terza superiore, per la verifica sul Grande Gatsby. Che indossasse vecchi maglioni infeltriti e pantaloni senza forma.

 

Decisi che Mary-Ann fosse una di quelle ragazze estremamente possessive e gelose. Che non sapesse mai di preciso quello che Jay faceva, con chi uscisse, con chi si sentisse. Decisi che si vedevano una, due o tre volte al mese. Che fosse una di quelle che misurano l’amore del proprio fidanzato sul numero di collane e braccialetti che venga loro regalato e sulle cene costose che vengano loro offerte.

 

Ora ci ripenso. E mi chiedo perché. Che mi aveva mai fatto la povera Mary-Ann perché mi accanissi così su di lei, cercando di figurarmela? Perché mi abbassavo al livello di Jay?

 

Fu circa sei mesi dopo che avevo conosciuto Jay che finalmente ebbi l’occasione di conoscere anche Mary-Ann. No, non la invitò con noi al Re Mida, il pub dove andavamo sempre, e no, non le tenne orgogliosamente il braccio sulla spalla, guardandola negli occhi con il sorriso di chi sia in mezzo ai suoi amici e al fianco della sua ragazza, e non desidererebbe niente di meglio.

 

Avvenne per caso. Andai alla mostra di Paunceforte perché dovevo scriverne una recensione per la rivista in cui lavoravo da qualche mese. Ero davanti a uno dei quadri della bellissima serie sull’isola di Skye, quando per caso vidi lui. Mi voltai, e Jay era lì, al centro della sala accanto. Non guardava nessun quadro. Aveva gli occhi fissi, come quasi sempre, sullo schermo del cellulare. Sempre più sorpresa andai verso di lui e gli toccai una spalla. Sobbalzò quando mi vide. Poi sorrise.

 

Che ci fai qui?, mi chiese. Gli dissi che ero lì per la rivista. Dovevo recensire la mostra. E tu perché sei qui?, gli chiesi. Non pensavo che ti interessassi di arte, dissi. Scosse la testa e disse, no, no, eccome se me ne interesso. Questo quadro è una bomba, disse.

 

Spostai gli occhi sul quadro che avevamo davanti: un delicatissimo ritratto in colori tenui della moglie di Paunceforte sullo sfondo del pittoresco molo dell’isola di Skye.

 

Scriverò proprio così, dissi. Quindi sei davvero un ammiratore di Paunceforte?, gli domandai.

Oh, sì, disse, facendosi sempre più strano. Amo questo pittore, davvero, disse.

 

Una donna in tailleur nero ed eleganti décolleté ci venne vicino, e disse, Jay, finalmente ti ho trovato. Non so come, ma capii immediatamente che fosse lei. Era meravigliosamente truccata, né troppo né troppo poco, e i suoi gioielli sottili mostravano un gusto non indifferente. Aveva lunghi capelli chiarissimi, raccolti in una coda ordinata. Jay si fece tutt’un tratto imbarazzato e balbettò qualcosa. Disse, Mary-Ann, mi sembri davvero presa col lavoro, torna pure a darti da fare, non pensare a me. Mary-Ann lo guardò con un sopracciglio alzato, poi, con un sorriso, si rivolse a me.

 

Mary-Ann Clarke, disse, tendendomi cordialmente la mano. Gliela strinsi e le dissi il mio nome. Immediatamente il suo sorriso si fece un poco più grande. Sei la giornalista del Nero-Oro, giusto?, disse. Ti stavamo aspettando, disse. Io sono l’assistente curatrice, sarei felicissima di farti da guida e di rispondere a tutte le tue domande, disse. Parlava molto bene, e aveva l’aria di una gran professionista.

 

Ne sarei felice, le dissi. E ne ero felice davvero. Ci dimenticammo di Jay e girammo la mostra. Mary-Ann era preparata, sveglia e intelligente. Non solo non era una studentessa del liceo, ma aveva ventisei anni e sapeva stare su delle scarpe che facevano male solo a guardarle con una naturalezza da invidiare. Quando tornai a casa avevo sotto mano così tante informazioni che praticamente l’articolo si scrisse da sé.

 

Non riuscivo a capire di cosa si trattasse, ma una sensazione piacevole e sgradevole allo stesso tempo si era impossessata di me. Riguardava Mary-Ann. Mi sorpresi ad essere contenta che si fosse rivelata una raffinata donna di successo.

Ma allora perché? Perché non la avevo mai vista prima di allora, e perché la avevo conosciuta solo per caso? Di nuovo ritornai sui pensieri che avevo fatto fino a qualche settimana prima.

 

Qual è il tipo di ragazza che non viene presentata agli amici? Qual è il tipo di ragazza di cui non si parla in presenza di altre ragazze? Qual è il tipo di ragazza che viene tenuta nascosta?

 

Ora avevo la risposta giusta: nessuna. Il problema non era lei. Il problema non era mai stato lei.

 

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