Arriva nel piccolo borgo un pomeriggio d'estate, a bordo della sua seicento bianca nuova fiammante. Scende dall'auto e apre la porta della casa che ha affittato, spalanca le finestre e si accinge a scaricare le sue cose ammucchiate all'inverosimile nell'auto. Il posto gli piace, poche vecchissime case a ridosso dei boschi di castagni proprio dove comincia la montagna, un posto tranquillo dove vivere in santa pace.

Lo accoglie un vociare di ragazzi e di insulti gridati dagli adulti. Lo chiamano in mille modi che mi sembrano offensivi anche se non capisco quello che dicono, non conosco queste parole. Lui deve essere oramai assuefatto a simili accoglienze. Continua indifferente a scaricare la macchina fingendo di non sentire. Quando anche l'ultimo pacco è scaricato, la chiude con cura e altrettanto fa con l'uscio di casa. Comincia un bombardamento di zolle fangose sull'auto che da bianca diventa lercia.

Vorrei uscire per vedere cosa fanno i miei compagni. Per una volta nella vita, mia madre prende la saggia decisione di impedire che mi unisca al gruppo vociante e a modo suo mi spiega <<Quell'uomo è malato  (all'epoca si credeva che l'omosessualità fosse una malattia dovuta al vizio) non devi mai prenderlo in giro. Se gli altri lo fanno tu non devi. Gli devi portare rispetto e se lo incontri salutalo gentilmente>>

Lo incontro una sera che torna dal lavoro. Ha ottenuto che la padrona di casa gli faccia mettere l'auto nella vecchia stalla dismessa, puzzolente, lui è molto pulito e profumato, ma al riparo dal lancio di pietre e fango. Siamo faccia a faccia, sono inciampata e gli sono finita addosso. Istintivamente dico << Mi scusi, sono inciampata. Buonasera signor Aldo>>

Mi guarda come se vedesse un marziano <<E tu chi sei?>> Non è abituato che gli rivolgano la parola gentilmente, di solito usano l'ironia o peggio il disprezzo.

<<Flavia, e abito nella casa dopo la sua>>

Diventiamo amici, una strana amicizia a distanza. Ci salutiamo sempre quando ci incontriamo. Ho il privilegio  di essere l'unica che gli può rivolgere la parola e alla quale risponde.

Col passare del tempo anche gli altri si abituano alla sua presenza silenziosa e al viavai discreto di giovanotti che frequentano la sua casa. Sono tutti giovani e tutti molto belli, alcuni gentili, qualche altro prepotente e violento.

In compenso, lui è una persona rispettabilissima e con chi è gentile con lui sa essere molto cortese.

Dopo alcuni mesi, forse un anno è ormai accettato e rispettato anche se tendono a tenerlo isolato, un modo strano di accettare una persona ma con la sua riservatezza e cortesia, non trovano motivo per deriderlo o disturbarlo.

Vado via per alcuni anni durante i quali la vita mi segna profondamente. Torno per una vacanza e lo incontro, mi stringe le mani <<Che piacere rivederti dopo tanto tempo. Mi sei mancata>>

E' commosso, e anch'io mi commuovo. Istintivamente lo abbraccio e gli dò un bacio su una guancia. Ricambia l'abbraccio e sento un essere fragile, malato.

Qualche tempo dopo mi dicono che è morto colpito dal nuovo morbo, che colpisce come una punizione divina, omosessuali e drogati. Si chiama AIDS.

Alcune persone intorno a me, sapendo che lo avevo abbracciato, credevano mi avesse contagiata.

Beata ignoranza, ci vuole ben altro per un contagio.

Ogni tanto lo penso. Penso a quanto doveva essere dolorosa la sua vita, sempre alla ricerca di un po d'amore verso quei ragazzi che lo sfruttavano e lo deridevano. Fu sempre solo. R.I.P.

Dedicata ad un amico che ceracva l'amore e ha trovato tanto dolore. 

 

 

 

 

 

 

 

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