Tutte le sere vengo qui al parco per vederti. Appoggiato al tronco di una quercia ti osservo. Siedi sempre sulla stessa panchina, avvolta nel tuo velo nero che fa appena intravedere il viso.

Osservi il tramonto, riflesso sulle acque del lago e accompagni con lo sguardo il disco rosso, che lentamente scompare dietro i grattacieli, lasciando il posto alle flebili luci della città. Sei sempre sola, e voglio credere che tu stia aspettando me.

Ho la sensazione di conoscerti da sempre. Ho provato più di una volta ad avvicinarmi per parlarti, ma tu con un delicato gesto della mano, mi hai sempre zittito.

A quel punto ti alzi ed io rimango solo, a domandarmi chi sei, mentre scompari confondendoti tra le ombre degli alberi.

Io non so nulla di te, ho solo la sensazione di conoscerti. Sono sicuro che tu faccia parte di me, qualcosa ci lega più di quanto io possa immaginare. Ho incrociato i tuoi occhi solo due volte, e sei bellissima; ormai, sapere chi sei è diventata un’ossessione. Sei forse un’anima buona che veglia su di me, oppure sei colei che tutti temono.

A volte, durante le mie passeggiate notturne, ho l’impressione che tu mi stia seguendo. Mi volto e non c’è nessuno, ma io avverto ugualmente la tua presenza. Sono stanco di questa situazione, l’ansia mi assale e mi sento impotente.

L’incertezza non fa parte del mio modo di affrontare le sfide. Ho sempre goduto totalmente le occasioni che la vita mi ha offerto e, anche se non ho una famiglia, non rimpiango nessuna delle mie scelte. Sono pronto a tutto, anche ad intraprendere un viaggio verso l’ignoto, al fianco della mia misteriosa amica. Sul filo di questi pensieri me ne torno a casa, sperando. Chissà... forse domani avrò l’occasione di parlarle, ed avere le mie risposte.   

È già domani, decido di andare in anticipo all’abituale appuntamento. Aspetto inutilmente. Lei non viene, come se mi avesse letto nel pensiero. Mi avvicino alla panchina e all’angolo, dove di solito lei siede, trovo una scatola di ebano con arabeschi in oro. È familiare ed è una sorpresa, ho sempre pensato che fosse andata perduta durante il trasloco.

Lei l’ha ritrovata per me: perché?

Nella scatola ci sono dei piccoli oggetti, che rappresentano i momenti salienti della mia vita. Ogni oggetto fissa nel tempo un momento particolare. C’è di tutto: il mio primo dentino, le foto dei miei amici d’infanzia, i filmini dei miei compleanni insieme alle tate. Tutto, tranne qualsiasi accenno ai miei genitori. Non vi è nessuna foto che li ritragga con me.

Li ho sempre odiati per questo. Non ho più nulla che appartenga a loro. Negli anni dell’infanzia erano sempre lontani, il loro lavoro li portava spesso all’estero. Quando ebbi tredici anni, la mia vita iniziò a cambiare: erano più presenti e più attenti ai miei bisogni. Iniziai a seguirli nei loro viaggi: ero felice, finché non arrivo quel giorno maledetto. Un incidente stradale me li portò via: ero in macchina con loro, solo io mi salvai, cosa che non mi sono mai perdonato.

Ho vissuto la loro perdita come un abbandono. Sono stato sballottato da un collegio all’altro, fino a quando non divenni maggiorenne e potei accedere al patrimonio di famiglia.

Negli anni ho cercato di lenire il mio dolore, vivendo al limite tra sport estremi e feste sfrenate. Tutti i vizi erano miei: l’alcol e la droga non riuscivano a scacciare quel senso di angoscia che accompagnava ogni mio passo.

Tutte le volte che facevo qualcosa di pericoloso, sentivo dietro di me una presenza. Il suo profumo m’inebriava, da qui la convinzione che fosse una donna. Non potei mai vederla bene, restava sempre in penombra. Nessun altro avvertiva la sua presenza. Ne parlai con i miei amici, ma loro mi presero per un visionario sognatore: stanco della vita che conduceva.

Tutti questi ricordi, affiorano nitidi nella mia mente, come se li stessi vivendo in questo momento.

È di nuovo sera, decido di smetterla con l’ossessione per quella donna. Vado in uno di quei bar alla moda, dove si va per incontrare qualcuno che, però, non incontrerai mai. Lì al bancone cerco un modo per dare sfogo ai miei peggiori istinti, ingurgitando un bourbon dopo l’altro, quando sento il suo profumo. Giro il capo, ed è lì ferma sulla porta: bellissima, statuaria. Non posso vedere il suo volto perché è sfocato dal fumo nel locale. Mi alzo e le vado incontro, deciso a conoscerla. Cerco di seguirla in strada, tra la folla, ma la perdo quasi subito.

Sconsolato, decido che per questa sera può bastare; torno a casa e mi metto a dormire. Durante la notte sogno di trovarmi nel parco. È un sogno? Sono seduto sulla panchina insieme alla mia misteriosa amica che, tenendo sempre il viso ben nascosto, mi sussurra nell’orecchio.

«Alexander domani troverai una sorpresa, accettala come un dono da parte mia. Lasciati andare, e un giorno capirai il perché di questo regalo.»

È di nuovo mattina, mi sveglia una donna in tenuta da cameriera, sta versando del caffè. Le domando chi è e cosa ci fa nella mia camera. Stupita per la domanda.

«Signore, io sono Emma, la nuova cameriera, mi ha assunto prima di partire sua moglie Jessica. Siete tornati ieri dal viaggio, per il vostro ventesimo anniversario.»

Non credo alle mie orecchie, io sposato, no! Quello è un sogno dal quale mi sarei svegliato di lì a poco. Mentre faccio queste riflessioni, dal bagno esce una donna bellissima, non riesco a capire chi è. È la mia misteriosa “presenza”?

No, non può essere. La donna mi fa cenno di non parlare.

La cameriera esce dalla stanza, e quell’angelo o demone che sia dice di essere mia moglie; si avvicina.

Io non ho mai visto un viso così perfetto: zigomi alti, fronte ampia, grandi occhi verdi, naso malizioso e bocca sensuale; il resto del corpo, non è da meno. Avrebbe ammaliato qualsiasi pittore e poi, i capelli neri che dolcemente le carezzano le spalle, incorniciano quel meraviglioso cammeo che è il suo volto. Forse sto sognando o, meglio ancora, sono morto e questo è il mio personale paradiso.

In silenzio mi ripeto: non voglio svegliarmi, non voglio svegliarmi.

Lei, la mia improbabile compagna, come se avesse sentito i miei pensieri, mi rassicura con una voce calda e sensuale.

«Stai tranquillo, non è un sogno, sono stata io. Ho eliminato tutti i preliminari, festa di matrimonio e ti ho trascinato in crociera. So che queste cose fuori dell’ordinario ti sono sempre piaciute, perché ami le sorprese. Ora vestiti, così faremo la nostra prima uscita pubblica dopo il rientro.»

Rimango in silenzio per tutto il tempo, pensando a quanto fosse reale ciò che mi stava accadendo.

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