Suor Emilia entrò nella sua camera  e si sedette sul letto.
Si sentiva le gambe pesanti e le ginocchia  così rigide da non  riuscire quasi a piegarle.
Era tutta indurita come se una tormenta di neve l'avesse sorpresa all'addiaccio nel mezzo di una  taiga desolata.
Si massaggiò le spalle e quando si slacciò la gorgiera del velo ricominciò a respirare.
“Coraggio” si pizzicò la guancia “ svegliati, sei pronta!. La Madre Superiora te l'ha detto. La partenza sarà fra una settimana...”
“Cara Sorella l'ho fatta venire perché devo comunicarle una decisione. L' abbiamo presa in episcopato Monsignore il Vescovo,  la Badessa del convento di Santa Maria Bambina di Quito ed io. Laggiù hanno bisogno di una religiosa giovane e con esperienza di insegnamento ai piccoli...”
La Superiora era sembrata  ferma e determinata, senza esitazioni né scrupoli, ma a suor Emilia non era sfuggito  il rossore sul collo  e il leggero tremito delle sue mani.
E come poteva essere altrimenti?
Come si poteva pensare che lei già lontana dalla sua famiglia e dalla sua adorata mamma, per sua scelta è vero, ma pur sempre lontana e sola , come poteva pensare che avrebbe accettato  senza esitare di essere mandata dall'altro capo del mondo, abbandonando così anche quella specie di famiglia che si era ricreata adesso lì in convento?
No  nel suo cuore non c' era rabbia, ma all' incredulità iniziale era subentrata una sorta di sgomento e di  paura, paura di inadeguatezza.
Prendere il velo le era sembrata una scelta obbligata, per lei così credente, dopo la sua  miracolosa guarigione.  L'incarico d'insegnamento, poi, nella piccola scuola collegata al convento e frequentata dai figli degli operai della fabbrica, aveva rappresentato un dono del Cielo.
Sarebbe mai riuscita altrimenti a resistere al nuovo nome, al vestito nero  e all'eco vuoto delle sue preghiere che rimbalzavano sui muri?
Sì perché la vocazione,  la “chiamata”,  era paradossalmente rimasta silente appena  presi i voti.
Si era sentita solo una povera, giovane donna con ancora le stigmate della malattie sul cuore e sulla sua pelle che obbediva alla promessa e che si uniformava alla vita ritmata del convento, ubbidendo a tutti perché il suo compito era solo ubbidire. Ubbidire e pregare, ma senza il cuore.
Così erano trascorsi cinque anni. Cinque inverni gelidi e cinque estati  bollenti quasi come la malattia e la febbre.
E poi erano arrivati i bambini e la vita era rincominciata.
E ora cosa aveva farfugliato alla Madre Superiora? “Grazie, grazie...ma ... non credo di essere in grado....e i miei bambini?....e io?...”
Aveva pensato subito a loro, ai suoi bambini, ai suoi scolari, scalmanati, teneri, adorabili.  
Si era proprio brava con i bambini, lo sentiva. Vedeva la luce dei loro occhi quando entrava in classe, quando girava tra i banchi e passava la mano sulle loro testoline...e loro illuminavano lei, il suo cammino di religiosa con una fede da ritrovare e uno spirito bisognoso di dare e di ricevere amore.
“Suor Emilia, i bambini ci sono dappertutto! La Casa Madre in Ecuador ha molti problemi e lei laggiù sarà sicuramente utile. Preghi! Il Signore le manderà un segno e capirà che quella è la sua strada. Preghi, sorella e si prepari”.
E lei come al solito doveva solo chinare il capo? E la libera scelta, la collaborazione, il mutuo soccorso, la condivisione, la reciproca intesa ?
Quanti ostacoli vedeva nel suo nuovo mondo in terra missionaria: il viaggio, la diversità della lingua, lo stretto contatto con miseria e povertà, lontananza, solitudine......
E poi la grande vera domanda: la vita religiosa che aveva intrapreso era senza via d'uscita?
Guardò l'orologio. Mancava poco alla preghiera serale prima di cena.
Si rimise il velo in ordine e chiuse la mente a tutti i pensieri. Se avesse corso avrebbe fatto in tempo a raggiungere Suor Alice in sala di musica. A quell'ora le lezioni di pianoforte erano senz'altro terminate e avrebbe incontrato la suora china a riporre gli spartiti.
Come era affezionata a quella suorina saggia e dolce al tempo stesso! Era stata la sua bontà a salvarla dalla desolazione dell'ingresso in convento: l'aveva presa sotto la sua ala protettrice,  l'aveva confortata e consolata ed era divenuta sua amica.
Ora aveva nuovamente bisogno di parlarle, di confidarle la sorpresa del colloquio con la Madre Superiora, di esprimerle tutti i suoi dubbi.
Ma avvicinandosi alla sala sentì  Suor Alice che stava ancora suonando e vocine di bambini che cantavano.
Si fermò ad ascoltare: era una canzoncina allegra e le parole dicevano più o meno: “Los pollitos disen pio pio pio, quando tiene hambre, quando tiene frio, pio, pio, pio, pio, pio, pio...”.
Il pollito, il pulcino, era lei, come la chiamava da piccola la sua mamma.
Suor Emilia, piano piano, senza far rumore, tornò sui suoi passi.
Giunta in camera sua cominciò a preparare la valigia.



 

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