Mi lasciò tutta la notte tra i dolori e di lamenti. E solo l’indomani mattina mi porto all’ospedale dove costatare la cessazione della mia prima gravidanza. E perdetti mio figlio.  Rimase in me una rabbia dentro peggio di quella di Orlando quando si scopre tradito dalla sua Angelica. Avrei sradicato alberi, divelto inferriate. Ma mi ritrovai sola e con mio marito che all’ospedale fingeva  di essere dispiaciuto di tale evento. Ormai on mi sentivo più al sicuro.  Andarmene via a leccarmi le mie ferite, più dolorose degli squarci causati dal vetro nella pelle. La mia pelle era raggrinzita, era color della terra, quasi a volermi ricordare il lutto per la perdita della mia creatura. Volevo fuggire. Ma chi lo avrebbe detto a mia madre? E mio padre che cosa avrebbe fatto? Mi rassegnai. E mi chiusi nel mio dolore, fra violenze e soprusi, ricatti e rapporti sempre più esigenti. Mi sembrava di essere diventata un giocattolo. E le coccole ed i baci, dove erano finiti? Ci si limitava a soddisfare il suo piacere perché ormai io non sentivo più niente, mentre mi guardavo le carni piene di lividi per le botte e cercavo di ricucire le cicatrici della mia anima. La mia pelle recava i segni della mia infelicità e sembravano un grido, il grido di Munch della mia misera e disgraziata condizione. Non poteva finire così il mio sogno! Che senso avrebbe avuto veder scoppiare la bolla del mio sogno di donna vedendomi io stessa, fuor di me, quotidianamente raccogliere i frammenti di sapone sulla strada della mia vita? Le mie cicatrici sulla pelle, un tempo delicata, erano ora profondi solchi di delusione e di vergogna. Avrei voluto gridare. Ma chi mi avrebbe ascoltato? Avrei voluto urlare. Ma chi mi avrebbe sentito? Non avevo più forze per reagire, le mie lacrime ormai erano cristalli pietrificati dal tempo che passava. Era calato dentro me il silenzio della rassegnazione. Un silenzio che continua a corrodere la mia anima e che scavava come un dito dentro le mie cicatrici . A poco a poco mi convinsi che non ero più nessuno. Non riuscivo a comprendere la mia identità, ero un fantasma in quella casa ,dove il mio ruolo era solo di serva ed amante. Cosa avrei potuto fare ? Nulla. Eppure ogni tanto mi prendeva l'idea di fuggire, specialmente quando lui ritornava a casa ubriaco, dopo le serate con i suoi amici. Ma subentrava in me l'angoscia di vedere distrutto il mio matrimonio. Agli occhi della gente sarebbe stata una vergogna abissale che una moglie potesse lasciare suo marito.  Che scandalo, che mortificazione anche per quei miei genitori che mi credevano felice, appagata, realizzata. L'hai voluto ?Te lo devi tenere on tutti i suoi difetti e pregi. Sarebbe stata questa la risposta! Che vergogna cosa avrei potuto fare? Niente.  Una volta mia nonna mi raccontava del carattere di mio nonno. Burbero, manesco. Ma erano andati avanti tutta una vita. E quando mio nono era andato via dalla terra il pianto di mia nonna era stato straziante. Quasi avesse perso la ricchezza della sua vita. Eppure si sapeva che quell’uomo non trattava bene mia nonna. Ma tutto finiva lì, dentro le mura domestiche. Nel silenzio. Perche i panni sporchi si lavano in famiglia diceva mia nonna. E se anche il suo uomo era cattivo, odioso ormai era il padre dei suoi figli, tanto che mai si erano chiamati dandosi del tu, ma con il voi. Era un amore che io non avevo mai capito e che non pensavo potesse capitare anche a me. Una sera, più delle altre sere, mio marito non ritorna. Io sono in ansia. Telefona, dicendo che avrebbe fatto tardi per il lavoro. Io rimasi nel buio della telefonata, sul divano come cosa posata. Lo attesi tutta la notte, quando nella prima mattinata sentii il rombo di una macchina. Era lui. È tornato. Ma affacciandomi, vidi con lui una donna. Si baciarono. Poi lui scese e sali a casa. Io avevo una voragine nel cuore. Avrei voluto strapparmi gli occhi. Mi veniva da vomitare. Dopo tutto questoinferno, ora era con un'altra. Quando arrivò ed apri la porta, mi vide e si stupì che ancora fossi sveglia. Gli gridai in faccia, chi è quella? Lui mi guardò e ridendo mi rispose: "Nessuno, vai a dormire che sono stanco". Allora, piena d'ira, con quell'ira repressa in questi anni, afferrai una statuina e gliela scaraventai in testa. Aprii la porta e mi precipitai fuori, ruzzolai per le scale. Mi rialzai e mi precipitai in strada, piangendo. Le luci delle case cominciarono ad apparire lungo tutta la facciata del palazzo. Corsi e mi buttai in strada, fuor di me, quando sopraggiunse una Audi 80 a tutta velocità che mi centrò, facendomi volare e cadere lungo l'asfalto. Mentre volavo rividi la mia vita, le mie speranze, i miei sogni, io quando ero bambine, le mie bambole. Poi caddi  sull'asfalto e la mia anima si staccò da quel corpo martoriato per tornare al Padre, mentre l'automobilista era sceso e gridava: non l'ho vista, è apparsa all'improvviso.... Dopo pochi minuti, giunse l'autoambulanza. Ma ormai non ero più in terra. Il medico rianimatore tentò di riportarmi in vita, durante la corsa all'ospedale. Ma giunta li, constatarono il mio decesso. Solo una cosa mi sconvolse mentre salivo qui in cielo...che il medico nelle radiografie fattemi scrisse... che ero in attesa di un altro bambino, dodicesima settimana. Oh figlio,figlio mio, perdonami, perdona questa tua mamma, che non conoscerai mai, per non averti sentito prima, per non aver percepito il battito del tuo cuoricino dentro di me e … per non essere riuscita a darti alla luce, com'era nel tuo diritto.

 

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