Per me vivere in una grande città e ritrovarmi ogni giorno in mezzo a fiumi di persone non è facile. Eppure non posso andarmene. Sono una divinità e sono costretta a restare ancorata a questo luogo per l'eternità.

Non somiglio affatto all'idea che gli esseri umani hanno di una dea. Certo, sono alta, ho lunghi capelli scuri e occhi azzurri che attirano più sguardi di quanti ne desideri, ma sotto quell'apparenza non ci sono vesti di seta o corone d'oro. Indosso jeans logori, una semplice maglietta bianca e sandali di tela consumati dal tempo. Cammino tra la folla e vite estranee continuano ad accendere la mia mente con il più lieve dei contatti. Mi basta un istante. Con un urto involontario, una stretta di mano, il tocco di una spalla vedo chi ho davanti. Vedo le loro vite, le loro paure, le loro speranze. Vedo ciò che mostrano al mondo e ciò che nascondono persino a se stessi.

Non sempre le persone sono ciò che sembrano. Alcune assomigliano a fiori che trattengono il proprio profumo per paura di essere colti. Altre somigliano a mostri che hanno imparato a indossare dei volti da angeli. Quando incrocio i loro occhi faccio sempre fatica a distogliere lo sguardo. Mi inquieta ciò che vedo.

Ancora di più mi turba ciò che molti di loro vedono e, soprattutto, ciò che non riescono a vedere.

Ogni giorno provo a offrire un destino più generoso agli esseri umani che incontro. A chi è stato ferito, a chi si è perduto, a chi non riesce più a credere nella felicità, ma spesso le occasioni che dono vengono accolte con sospetto. Le osservano come si osserva la caramella offerta da uno sconosciuto. Alla fine ognuno trova soltanto ciò che sta cercando. Il problema è che molti cercano senza sapere veramente cosa desiderano trovare.

Quando il sole comincia a tramontare e le ombre si allungano sull'asfalto, raggiungo il parco. Mi siedo sulla mia panchina preferita e tiro un lungo sospiro. Ho bisogno di staccare. Ho bisogno di smettere, anche solo per qualche minuto, di vedere.

Cerco nelle tasche la bandana che uso per coprirmi gli occhi. La trovo e l'annodo intorno alla testa. Il mondo scompare. Finalmente. Per qualche istante esisto soltanto io. Poi sento qualcosa di umido sfiorarmi la mano. Sorrido.

—  Maya!

La mia lupa appoggia il muso sulle mie dita e si strofina contro di me. Conosco quel gesto, significa che ha trovato qualcuno.

Una voce giovane mi fa sobbalzare.

— Mi scusi... credo che il suo cane abbia deciso che dovevo assolutamente conoscerla.

Sollevo la bandana e mi volto. Davanti a me c'è un uomo sulla trentina. I capelli scuri gli ricadono sulla fronte in modo disordinato. Sotto un braccio stringe un taccuino consumato e sulle dita restano piccole tracce di grafite.

Ha l'aria di chi osserva il mondo con attenzione, come se ogni dettaglio potesse trasformarsi in una storia.

— Davvero? — domando.

Lui sorride.

— Davvero. Mi ha trascinato fin qui tirandomi per la camicia. Non mi ha lasciato molta scelta.

Una risata mi sfugge dalle labbra.

— Mi perdoni. Maya ha il vizio di trovare le persone prima di me.

Mi alzo dalla panchina e metto via la bandana.

— Mi chiamo Luna.

— Marco.

Porgo la mano e lui la stringe. Il contatto dura appena un istante, ma è sufficiente, perché il parco svanisca. Vedo tele mezze dipinte, blocchi da disegno pieni di schizzi, giornate trascorse a rincorrere un'idea e... notti insonni passate a chiedersi dove sia finito il proprio talento.

Vedo un'anima inquieta e luminosa, una vita che continua ostinatamente a cercare la bellezza.

Quando torno alla realtà, sorrido.

— Lei è un artista.

Marco spalanca gli occhi.

— Come fa a saperlo?

— Diciamo che le persone mi raccontano più cose di quante credano.

— E cos'altro le avrei raccontato?

Inclino appena la testa.

— Che sta cercando ispirazione. E che ha paura di averla perduta.

Per alcuni secondi rimane in silenzio.

— Questo è... sorprendente.

— Non è la parola che usano di solito.

— Qual è?

— Inquietante.

Marco ride, con una risata sincera, leggera.

— Forse un po' entrambe.

— Probabilmente.

Per la prima volta vedo la stanchezza abbandonare il suo volto.

— E adesso? — chiede.

— Adesso so che diventeremo buoni amici.

— Lo dice spesso agli sconosciuti?

— Solo a quelli che il destino si cura di mettermi sul cammino.

Gli porgo il braccio.

Marco esita per un istante, poi accetta il mio invito.

Maya parte immediatamente davanti a noi, soddisfatta come se avesse appena concluso una missione. Ci incamminiamo lungo il viale del parco. Parliamo di libri, di quadri, di città e di sogni, come vecchi amici che finalmente si ritrovano dopo anni di lontananza.

Sopra di noi il cielo si riempie lentamente di stelle. E per la prima volta dopo secoli non sento il peso dell'eternità gravare sulle mie spalle.

Mentre ascolto Marco raccontare le cose che vorrebbe creare, capisco una cosa. Non ero stata io a trovare lui. Era stato il destino a trovare entrambi. Sorrido a Maya che intanto  si ferma a fissarci.

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