Pomeriggio inoltrato di metà luglio. Squilla il telefono. «Pronto?» «Buongiorno, lei è il signor Gustavo Fiorito?» 

«Sì, sono io.» 

«La chiamo dallo studio del notaio Velasco. Dovrebbe venire venerdì prossimo alle 18 per comunicazioni riguardo alla signora Evelina Santorelli, deceduta un mese fa.» 

«Ma… di cosa si tratta?» 

«Non posso dirle nulla: il notaio è stato categorico.»
 

Evelina Santorelli… la zia Evelina. Poverina, era morta a novantotto anni in una RSA nel basso Salento, dove la demenza l'aveva devastata negli ultimi tempi. Non aveva nessuno: un funerale sbrigativo e la sepoltura nella nuda terra. Era una sorella di mio nonno, l’ingegnere romano con la puzza sotto il naso, una branca della famiglia con cui non avevamo rapporti. Ero andato a trovarla una sola volta in clinica: una vecchietta esile come un fuscello, vestita di nero, i capelli bianchi raccolti e mani nodose che stringevano un rosario. Gli occhi erano persi dietro la nebbia della cataratta. Le avevo preso la mano: «Zia, sono Gustavo, il nipote dell’ingegnere». Aveva accennato un sorriso vuoto, nulla più. Al suo funerale ci ero andato solo perché quella solitudine mi faceva tenerezza.

«L’ho convocata perché lei è l’unico erede», mi aveva spiegato il notaio pochi giorni dopo. «Risulta proprietaria di un piccolo alloggio a Sternatia».

 

Ed eccomi lì. La casa è una sorta di soffitta sopra un elegante palazzo padronale. Vorrei sgomberarla per affittarla. C’è un cucinino economico, un tavolo in noce massiccio e, nella camera da letto, un armadione fine Ottocento con un grande specchio al centro e un comò ad ampi cassettoni.

Indosso i guanti in nitrile e inizio a rovistare nel primo cassetto. Scatole di bigiotteria, orecchini, fazzoletti, rosari, immagini sacre… e una scatola di latta rettangolare. Dentro ci sono lettere e fotografie.

Sfilo un magnifico ritratto in bianco e nero. È la zia, giovane. È in posa languida, una fascia tra i capelli con una penna al centro, mentre ammicca alla macchina fotografica, stringendo un bocchino lunghissimo. Accanto, un portasigarette dorato con ancora due sigarette all’interno. Le lettere partono dal 1935: fremiti d’amore e promesse da Roma e da Venezia, tutte firmate dallo stesso uomo.

Rango, lusso, mondanità. Resto a bocca aperta. E brava la zia Evelina. Altro che la vecchietta dimessa della RSA. Sfoglio le foto: lei al Lido di Venezia, lei al Casinò, lei circondata da militari d’alto rango pieni di medaglie e uomini dall’aspetto austero. Me la immagino all’ippodromo delle Capannelle, con un cappello stravagante a fare il tifo per i cavalli di Federico Tesio, mantenuta dal protettore di turno che le elargisce mazzette di banconote da cento lire per le scommesse. E poi le cene di gala al Caffè Bernasconi, i brindisi nei Tabarin fino all’alba con lo "spumante italiano" – dato che il regime vietava la parola Champagne – prima di farsi riaccompagnare in auto nella sua lussuosa dimora a Roma. C'è persino una foto di lei a bordo di una fiammante Alfa Romeo 6C personalizzata. Come faceva una donna così a finire in questo paesino sperduto del Salento?

Apro il terzo cassettone e la risposta sembra nascondersi tra la biancheria. Sotto le lenzuola trovo guaine, reggicalze e mutandine a pantaloncino con bottoncini in madreperla. In barba all’autarchia fascista, è tutta seta purissima fatta arrivare sottobanco da Parigi. Accarezzo quel tessuto leggero, immaginando la zia che, ormai anziana, lo indossava ancora di nascosto a Sternatia, rimirandosi nello specchio per rivivere i bei tempi. In un beauty-case in pelle scopro boccette vuote di Chanel N°5 e del costosissimo Joy di Jean Patou, un rossetto Guerlain e un vasetto secco di crema Helena Rubinstein. Roba che gli autisti privati compravano su commissione nella profumeria Gini in Via del Corso.

Affascinato da questi oggetti di seduzione, li lascio sul letto e apro l'armadio. Ci sono almeno una decina di abiti da sera e, appesa in un angolo, una splendida pelliccia di visone, un po’ spelacchiata dal tempo. La accarezzo. Al tatto, sento qualcosa di rigido nella tasca interna.

Tento la fortuna ed estraggo una busta. Dentro ci sono cinque documenti. Il primo ha l'intestazione del regime: “Decreto di Assegnazione al Confino di Polizia per Santorelli Evelina, donna dalla condotta morale scandalosa, pericolosa per l’ordine pubblico. Pena: anni cinque”, firmato dal Prefetto di Roma e controfirmato per accettazione da lei. Il secondo è il Foglio di Via Obbligatorio con la destinazione: Sternatia, Lecce. C'è anche il famigerato libretto rosso dei confinati: il divieto di uscire prima dell’alba e dopo il tramonto, l’obbligo di firma, l’isolamento. Gli ultimi due documenti, datati dopo la guerra e con l'intestazione della Repubblica, sono il foglio di scarcerazione e il via libera per il rimpatrio a Roma.

 

Ma a Roma la zia non ci è mai tornata. Forse per la bellezza sfiorita in quegli anni di reclusione, o forse perché era impossibile ricominciare. Sul fondo dell’armadio trovo le ricevute di regolari versamenti bancari successivi alla fine del confino: l'industriale romano delle lettere d'amore non l'aveva mai dimenticata, e aveva continuato a mantenerla in quel silenzioso esilio.

Guardo lo specchio dell'armadio, che per decenni ha riflesso i resti di quel passato così luccicante. Ognuno ha il diritto di vivere la vita che sceglie. Riposa in pace, zia Evelina.

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