In ogni famiglia esiste, più o meno, un parente folcloristico, un personaggio pronto a comparire solo nelle feste comandate — Natale e Pasqua — per poi sparire nel nulla per tutto il resto dell’anno, compleanni compresi.

 

La nostra era la zia Elvira: zitella per vocazione, devota alla tragedia, custode dell’anagrafe familiare e, secondo mio padre, «La vestale del trapasso».

 

Era un tipetto sale e pepe, con i capelli candidi imprigionati in una messa in piega talmente rigida da sembrare l’opera di un abile marmista e non della parrucchiera dietro la chiesa. La voce era roca, graffiata dalle troppe sigarette.

 

Abitava in un appartamento dove l’aria sembrava rimasta intrappolata dagli anni ’70: una miscela di cera per pavimenti, naftalina e fumo stantio che ti avvolgeva appena varcata la soglia. Ogni mobile aveva un centrino; ogni centrino una fotografia di uno sconosciuto parente defunto, che sembrava guardarti con aria di severo giudizio. Io ed Elvira ci sfioravamo più che parlarci: lei mi osservava da sopra gli occhiali con quell’aria da maestra stanca, desiderosa di andare in pensione; io annuivo come un nipote a disagio che non vuole disturbare. E in questo strano equilibrio si era costruito un affetto discreto, fatto di silenzi più che di confidenze. 

 

Elvira telefonava «fuori stagione» solo per un motivo: annunciare un decesso. E lo faceva con una teatralità che sfiorava il professionismo, degna di quei grandi leoni del palcoscenico, sulle scene da decenni. 

Non comunicava la notizia, la metteva in scena: entrava in linea con un sospiro profondo per poi calare la scure del nome del defunto con il tempismo perfetto di un consumato attore shakespeariano. La sua voce, impostata e solenne, trasformava la cornetta del telefono in un loggione del Teatro San Carlo, regalandoti ogni volta il brivido e lo spettacolo della grande finzione drammatica, prima del gran finale. 

Quando il telefono squillava in un martedì qualunque, mio padre si immobilizzava: passava mentalmente in rassegna l’intero albero genealogico, guardava con aria allarmata noi figli e poi fissava l’apparecchio come fosse una bomba a orologeria. Al terzo squillo rispondeva. Dall’altra parte, senza alcuna presentazione, arrivava un sospiro catramoso seguito dalla sentenza: «È morto Camillo. Ieri stava bene… ci eravamo anche sentiti al telefono». Non era vero: non si parlavano dal matrimonio di un cugino nel ’94, ma la zia Elvira aveva bisogno di costruire un legame dell’ultimo minuto per darsi, nel dramma, un ruolo da protagonista.

 

E allora giù con i dettagli: «Si è spento sulla poltrona. Aveva ancora gli occhiali sul naso. Pare che il gatto gli abbia leccato la mano per un’ora prima che qualcuno se ne accorgesse». Poco importava se il gatto era un elemento inesistente, puramente decorativo della narrazione; intanto, ne eravamo certi, lei stava già scegliendo la spilla di bigiotteria da abbinare al lutto. Ai funerali era un’apparizione: minuscola, sotto una pelliccia di visone spelacchiata o strizzata in un abito nero, a seconda della stagione, avanzava tra i banchi della chiesa come una reliquia vivente. Il velo di trine le copriva metà del viso spigoloso, lasciando intravedere un occhio lucido per la cataratta e uno socchiuso, come se stesse valutando chi sarebbe stato il prossimo, tra scongiuri poco idonei al luogo di culto. 

Distribuiva condoglianze come fossero medaglie al valore, guardando i parenti più giovani con un misto di compassione e trionfo, come a dire: «Vedete? Sono ancora qui a seppellirvi tutti». La telefonata si chiudeva sempre allo stesso modo: dopo aver criticato fiori, pompe funebri e partecipazioni, abbassava la voce di un’ottava e sussurrava: «La prossima sarò io. Preparatevi». E riattaccava.

 

Noi restavamo lì, col ricevitore che ronzava, chiedendoci se fosse una profezia o la sua personale ricetta per l’immortalità. Perché Elvira, tra una boccata di fumo e una telefonata funesta, sembrava decisa a restare su questa terra finché non fosse rimasto più nessuno da avvisare della propria morte.

 

A novantanove anni suonati, finalmente, morì anche lei.

 

Lo fece in un modo che, a ripensarci, sembrava quasi una sua firma: senza avvisare nessuno, senza un colpo di tosse, senza un ultimo sospiro teatrale. Semplicemente… smise di esserci, come una lampadina che decide di fulminarsi quando la stanza è già illuminata dal sole. 

Alla camera ardente sembrava sfacciata nella sua immobilità, con un abito grigio fumo che richiamava il colore del viso e la solita messa in piega marmorea, intatta, come se la morte avesse avuto il buongusto di non toccarla. Le mani, intrecciate sul petto, parevano due artigli addomesticati. Mio padre si avvicinò per l’ultimo saluto; rimase lì, immobile, poi, con un gesto lento e quasi timoroso, sistemò il colletto dell’abito, come se temesse che anche da morta potesse rimproverarlo. Fu allora che notammo tutti la stessa cosa: sul tavolino, accanto alla bara, qualcuno aveva appoggiato la sua vecchia agenda nera, quella in cui teneva annotati compleanni, matrimoni, divorzi, nascite, morti vere e presunte; e soprattutto i numeri di telefono di persone che non ricordavano più di essere parenti. Era aperta sull’ultima pagina, l’unica bianca di tutto il quadernetto. Mio padre la sfiorò con un dìto e mormorò: «Per la prima volta… non avrà più nessuno da avvisare».

 

In quel momento, senza pianti, senza retorica, senza tragedia, capimmo tutti la stessa cosa: la zia Elvira non era stata solo « La vestale del trapasso», ma soprattutto la guardiana di quel filo invisibile che ci teneva uniti, anche quando quel filo sembrava inutile, sfilacciato, ridicolo. 

Ora che non c’era più, toccava a noi decidere se lasciarlo cadere o continuare a tenerlo in mano.

 

Mio padre chiuse l’agenda, la infilò nella tasca della giacca e disse soltanto: «Questa la prendo io».

 

E, per la prima volta, Elvira parve sorridere.

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