Da sempre la storia dei paesi e delle città ha affascinato chi ama scoprire il passato: persone curiose più che ambiziose, pronte a intraprendere lunghi viaggi pur di verificare un nome o una data. Si muovevano tra biblioteche e archivi, confrontandosi con altri studiosi, tessendo una rete fatta di dedizione e collaborazione. Insieme raccoglievano i frammenti di un grande mosaico: istituzioni, usi, costumi, tutto quanto narra la vita dei luoghi e delle persone. Ogni ambito del sapere aveva le sue regole e le sue connessioni; nulla sfuggiva all’occhio attento di chi aveva scelto di studiarlo. Oggi, invece, basta un clic per accedere a biblioteche e archivi in tutto il mondo. Quel lavoro di rete si svolge ormai davanti a uno schermo, senza più bisogno di spostarsi.

Disma apparteneva a un tempo ormai estinto. Non sapeva usare Internet, compulsava esclusivamente archivi e carte; ebbi modo di conoscerlo e frequentarlo a lungo. Era un vero e proprio personaggio del paese in cui vivo ancora oggi. Subito dopo la sua morte venni a sapere che, tra i membri della rivista storica per cui aveva scritto tanti articoli, era stato istituito un comitato. Si pensò di dedicargli un monumento, magari in una piazza o, quanto meno, in un giardino pubblico. Me la immaginavo già: una statua eretta su un blocco di marmo; un braccio raccolto dietro la schiena, l’altro lungo il fianco, leggermente piegato. Una mano quasi inglobata nella materia, come a confondersi con quel simulacro destinato a tramandarne il ricordo.

Però, si sa quanto poco spazio abbia la cultura in Italia: facile pensare che la proposta sia rimasta soltanto un progetto, archiviato e dimenticato negli uffici del Comune.

È passato un anno o due dalla sua morte e nessuno ne parla più. Lo studioso può dirsi oggi quasi dimenticato, ma non da me. Lo avevo ammirato e quasi invidiato a lungo, quando, attivo come un’ape, correva da una biblioteca all’altra o inseguiva un personaggio — anche minimo — tra alberi genealogici e polverosi archivi, con i suoi occhiali.

La prima volta che mi capitò di incontrarlo fu nel 2016, quando tornai da Roma. Lo conoscevo di fama: uno dei personaggi strambi che si incontrano nei piccoli paesi di provincia. Era considerato un po’ suonato, nonostante fosse stato docente di tecnica alle medie Barbato Zanoni.

Quella fama nasceva dal suo modo di fare: incontrandolo, iniziava subito a raccontare storie vecchie di Concordia, tirava fuori episodi di storia locale ormai dimenticati — e, in fondo, poco interessanti per i più.

Per trovarlo bastava andare al bar Morini, di fronte alla stazione delle corriere: era lì, intento a leggere il giornale. Si nutriva di notizie locali e di inserti culturali; apprezzava molto anche gli articoli sulla tecnologia, delibandoli come piatti prelibati. Non si faceva mancare giornali come il Corriere della Sera. La sua specialità restava, però, la storia locale: scriveva per i Quaderni della Bassa.

Ricordo quando anch’io mi fermavo a leggere al bar. Tra noi nasceva una piccola “sfida”: se arrivavo prima e prendevo la Gazzetta, lui mi chiedeva quanto mi mancasse per finirla, così da averla subito dopo.

Quando parlavamo, si accendeva soprattutto sugli articoli dedicati alle nuove tecnologie, per lui sempre affascinanti. Forse gli ricordavano le lezioni di tecnica; forse era semplice curiosità, rimasta viva nel tempo.

Una volta andai a casa sua. Sul tavolo si accumulavano fogli e giornali; accanto, una pila di libri di storia locale su Concordia. Notai anche diverse statue di volti in argilla: teste mostruose, opera del figlio più piccolo, artista ispirato ai volti grotteschi incontrati per le strade del paese. Mi chiesi se una di quelle teste avesse preso a modello suo padre. Naturalmente non dissi nulla.

Mi raccontò poi che il figlio si era trasferito a Carpi.
«È andato nella Grande Mela!» disse, riprendendo con entusiasmo le sue parole al momento della partenza.

Rimasi perplesso: quale legame poteva esserci tra Manhattan, immensa metropoli, e una tranquilla cittadina della provincia di Modena? Anche stavolta preferii non fare domande.

Un giorno venne a casa mia per restituirmi una raccolta di racconti che avevo scritto, stampati su fogli A4 e regalati tempo prima al bar.

Faceva un caldo soffocante. Ero in giardino, disteso su una sedia a sdraio, in costume. Non mi aspettavo la sua visita e dovetti riceverlo così, senza prepararmi.

«Bei racconti… ma io resto più interessato alla storia», disse, porgendomeli oltre il cancello.

«Grazie… davvero, grazie di averli letti», risposi. Dentro di me, però, avevo la sensazione che parlasse più per cortesia che per convinzione.

Mi salutò e se ne andò.

L’ultima volta che lo vidi fu lungo l’argine. Ero seduto su una panchina quando arrivò con la sua solita biciclettina, una di quelle piccole ormai quasi scomparse. Sembrava in forma. Gli chiesi se sapesse di una presunta visita di Mussolini a Concordia:

«Si dice che nel 1927 sia venuto per l’inaugurazione dell’impianto idrovoro delle Mondine e che abbia fatto una breve deviazione a Concordia sulla Secchia.»

«Assolutamente no. Non esiste alcun documento che lo provi. L’unica cosa certa è una visita a Modena, confermata da fotografie; il resto sono solo leggende. Sai quante storie iniziano così? “Si dice che Mussolini sia passato di qui…”», rispose con il solito rigore.

Della sua morte non parlò nessuno. A dire il vero, non me ne accorsi nemmeno io, preso dalle incombenze quotidiane. Quando lessi il necrologio scoprii che era morto già da un mese, nell’indifferenza generale. Ma io lo ricordo ancora: per il suo scavare nella storia, per la passione che lo spingeva a indagarla. 

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