“Domenica è sempre domenica” cinguettava una zuccherosa canzoncina del tempo passato, inneggiando a campane che dondolavano festose per enfatizzare e celebrare il dì di festa.

È il settimo anelato giorno della settimana, quello per il quale un altisonante qualcuno decretò il meritato riposo, durante il quale gran parte dell’umanità iniziò ad abbassare le serrande e ad anestetizzare un lavoro, a volte opprimente, con ritagli di piccole gioie condivise.

E così, lustro dopo lustro, l’essere passava il testimone all’avere, la suddetta canzoncina scemava nei ricordi dell’uomo medio traviato da una pubblicità-sirena e, quatte quatte, esordirono le ormai irrinunciabili aperture domenicali, gioia e diletto del consumatore urbano alla guida del suo carrello xxl.

Da parte mia, in qualità di ex ragazza vintage, sorrido dolcemente al ricordo del panettiere di paese che il sabato programmava il suo pane doppio “col bollino”, venduto in sacchettoni di carta color semplicità, per le fedeli signora Pina o signora Maria autoctone.

Ai tempi neppure la chiaroveggenza più illuminata avrebbe immaginato i 35 tipi di pasta ripiena, edulcorata con maestria pubblicitaria da promesse di grande goduria del palato e dell’umore.

Già il sabato mattina la mamma del lievito di Mariarosa impastava una bella crostata all’albicocca, che drogava la casa di un profumo goloso.

All’indomani, si usciva con mamma e papà avendo cura di indossare il vestito quasi intonso della domenica, più civettuolo di quello feriale, spesso lo stesso tenuto con cura per fare la stagione.

Niente “look” di marchi “così ce l’hanno tutti”, niente sneakers sapientemente pubblicizzate, semplicemente un sapersi accontentare anche solo di essersi svegliati in pace, tirati per le orecchie dal sole.

Eh sì, perché appena giù dal letto lo sguardo cadeva sul cielo che ci si auspicava colorato di un bell’azzurro o variegato pastello, e non sullo schermo asettico di uno smartphone, vocabolo ai tempi non contemplato dal Piccolo Palazzi.

C’era una scenografica radio appollaiata sulla credenza di tutte le cucine di casa e cantava, suonava e raccontava con voci assortite che stuzzicavano la fantasia bambina, portandoti ad immaginare il volto parlante.

Uno spaccato nostalgico di vita, tempo affascinante forse per pochi e anacronistico per tanti, piacevole ricordo di sensazioni, di gesti, di profumi e di sapori.

È opinione comune che il ricordo enfatizzi il fascino del passato, può essere.

In conclusione, per riallacciarmi ancora alle mai dimenticate canzoncine, eravamo più o meno felici quando la mamma ci mandava a prendere il latte?

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