È passato tanto tempo e adesso ho la tua età di quando ci siamo visti l’ultima volta.
Di quando ci siamo salutati in cima alla salita, quella che odiavi ma che affrontavi ogni volta come una sfida personale alla gravità — e forse anche alla vecchiaia.

Me lo ricordo ancora: portavi un gilet giallo canarino, pantaloni di velluto marrone e un'aria stonata che, diciamolo, ti veniva naturale. Quel gilet lo tenevi così lungo che sembravi un direttore d'orchestra in pensione. Ma ti donava, a modo suo: un lampo di colore su un mondo che per te stava già scolorendo.

Era tarda estate. Avevamo passato le vacanze insieme, anche se tu preferivi dire che erano “ferie dalla fatica di vivere”. Ti vedevo stanco, ma non capivo quanto. Forse perché la stanchezza degli adulti non si nota da ragazzi : la si scambia per un momento di noia.

«Non ti preoccupare, va tutto bene», dicesti accendendo una sigaretta, e il fumo ti avvolse come una sciarpa.
«Non mi sembra proprio», ti risposi.
Sorridesti, quel sorriso sghembo che faceva sembrare ogni tua bugia quasi plausibile.
«È solo la salita» aggiungesti, « dopo il primo tratto passa ».

Non passò. Né la salita, né la stanchezza.

Camminammo in silenzio per un po’. Il mare, laggiù, sembrava ridere di noi, con quel suo modo di brillare come se niente potesse mai pesargli addosso.
«Ti ricordi quando correvamo giù da qui, a piedi nudi?» ti chiesi.
«Sì», rispondesti piano. «E tornavamo su con le ginocchia sbucciate. Eravamo invincibili allora».
«Forse lo siamo ancora».
Scuotesti la testa.
«No, tu lo sei. Io ormai… mi fermo a metà».

Ti guardai allontanarti, il passo incerto ma ostinato, come se la salita dovesse arrendersi prima di te. Il gilet giallo si allontanava a piccoli bagliori, finché il sole lo inghiottì del tutto.

 

Oggi ho la tua età di allora, e ti confesso che ora capisco molte cose. Tipo perché ti lamentavi della schiena e del mondo allo stesso tempo, e perché mettevi zucchero anche nel vino.
Ho trovato il tuo gilet in una scatola in soffitta. L’ho provato. Mi va quasi bene.

«Ehi, guarda», ti direi, se fossi qui. «Mi sta ancora un po’ largo, come a te».
E nella mente sento la tua voce, ironica come sempre :
«Ti sta largo perché non sei ancora diventato vecchio del tutto, ragazzo. E fidati: non c’è fretta».

Sorrido. Perché forse la verità è che la salita non finisce mai — solo che, con l’età, impari a fermarti ogni tanto a guardare il panorama.
E magari, se sei fortunato, lo fai con un gilet giallo addosso e una buona scusa per non correre più.

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