Ghnog si fermò all’ingresso della caverna, poi, quando i suoi occhi si abituarono al buio, fece qualche passo all’interno.

Dagga teneva il corpo del piccolo tra le braccia, dondolandosi e intonando una nenia in quella sua lingua incomprensibile.

Ghnog si avvicinò. Il neonato aveva la pelle scura e i capelli crespi della gente di Dagga, ma la forma della testa era quella del Popolo, con il cranio allungato e le ossa sopra gli occhi ben evidenti. Ghnog lo toccò. Ormai era freddo. Si chinò a guardarlo. Anche la faccia non era sgradevolmente piatta come quella della Gente Nuova. 

Dagga lo fissò con i suoi grandi occhi neri, continuando a gemere. Almeno in questo, le due razze erano simili. 

La donna non disse nulla, poi strinse ancor di più a sé il piccolo e allungò le mani tra le ceneri del fuoco ormai spento, quindi imbrattò le dita ed iniziò a tracciare strani segni sul viso del neonato. 

Ghnog si fece più sotto, ma Dagga arretrò serrando il cadavere al petto. «Mio» disse nella lingua del Popolo.

Ghnog osservò i disegni che la donna andava tracciando: linee dritte, curve, cerchi, spirali, poi scosse la testa e tornò all’imbocco della caverna, rinunciando a capire. Era solo un’altra delle magie della Gente Nuova che non avrebbe saputo comprendere.

Si allontanò, sedendosi su un masso poco lontano. Dalla caverna usciva il canto di Dagga, alto e ritmato.

I Vecchi Spiriti non avevano protetto il bambino, né era servito farlo nascere nella Caverna Sacra.

Ghnog cercò di ignorare il canto di Dagga, pieno di quegli strani, complicatissimi suoni che lui non avrebbe mai saputo emettere. La Gente Nuova parlava così tanto…

Guardò la Grande Acqua tra le rocce brunastre e le fronde degli alberi.

La magia della Gente Nuova era più forte di quella del Popolo, non c’era nulla da fare. Avrebbero vinto loro.  

Eppure erano così deboli. Una volta Ghnog  aveva afferrato il braccio di un loro guerriero. Aveva stretto la mano e il braccio dell’altro si era spezzato come un ramoscello secco. Ma avrebbero vinto loro.

Il canto di Dagga si abbassò e Ghnog udì il respiro della Grande Acqua. Non si poteva bere né attraversare e inghiottiva anche il sole così che, ogni notte, si dovevano pregare gli spiriti perché ne mandassero uno nuovo.

Il canto di Dagga riprese e Ghnog si rese conto che gli dispiaceva per lei e per il bambino. 

Gli anziani dicevano che una volta, tanto, tanto tempo prima, le due razze vivevano assieme, ma poi i Lunghi Nasi, i grandi esseri pelosi con le zanne ricurve, erano scomparsi e le foreste erano cresciute dove c’erano le steppe. 

Allora la Gente Nuova, quella razza alta e sottile come le canne sulla riva dei fiumi, la pelle scura e la faccia piatta come schiacciata da una pietra, aveva scacciato il Popolo dalle sue terre, sempre più a occidente, oltre le pianure, e i boschi e le montagne e poi ancora i boschi.

Adesso, raggiunta la Grande Acqua, non c’era nessun altro posto dove andare.

Combatterli e, all’inizio, era sembrato facile. Anche una femmina del Popolo avrebbe potuto tener testa ai loro guerrieri più forti.

Ma la Gente Nuova aveva potenti magie e gli uomini del Popolo si trovavano sempre circondati dai loro guerrieri, o finivano in trappole di cui non avrebbero mai sospettato l’esistenza, o colpiti a distanza da lance che volavano nell’aria, portate dai loro incantesimi.

Qualcuno, allora, aveva detto che le due razze dovevano fondersi.

Ghnog ascoltò il canto di Dagga e, ancora una volta, si disse che non avrebbe mai potuto capirlo né cantarlo.

Ricordava quando la sua tribù – erano ancora numerosi, allora – aveva attaccato il clan della Gente Nuova e lui aveva preso Dagga per sé. Era una delle femmine meno brutte: aveva fianchi larghi, mammelle pesanti e grandi seni, in più era giovane e avrebbe potuto avere molti figli.   

Mentre si spostavano di monte in monte, di bosco in bosco, e capivano che la terra finiva e che, oltre, c’era solo la Grande Acqua, l’aveva presa molte volte e, alla fine, lei era rimasta incinta.

Una volta avevano incontrato un’altra tribù del Popolo e quelli avevano detto che i figli del Popolo e della Gente Nuova non diventavano quasi mai adulti e che, quando succedeva, erano sterili.

Ghnog sentì un rumore dietro di sé e, quando si voltò, vide che Dagga era uscita dalla Caverna Sacra col corpicino tra le braccia. 

La donna guardò Ghnog, appoggiò il cadavere del bambino per terra e cominciò a scavare una buca.

Anche la Gente Nuova seppelliva i suoi morti, proprio come il Popolo, ma le magie erano diverse.

Ghong distolse lo sguardo e la lasciò fare. 

Anche se le magie della Gente Nuova erano differenti, rifletté, neanche i loro morti tornavano. 

Solo il sole moriva e rinasceva, dopo aver attraversato la Grande Acqua, quindi forse si dovevano seppellire laggiù i morti, così, magari, sarebbero rinati dalla parte opposta del mondo.

Dagga pose il corpo del bambino nella buca e prese a coprirlo di terra. Intanto guardava Ghnog coi suoi grandi occhi scuri e scintillanti. 

Ghnog la fissò a lungo, intensamente. 

C’era qualcosa, in lei, che non era in grado di comprendere. 

Lo amava? Lo odiava? L’aveva strappata dalla sua gente e lei si era ribellata, all’inizio, ma, dopo, non più. Anche quando avrebbe potuto scappare non lo aveva fatto. Si era affezionata a lui? Lo amava, addirittura? O, anche dopo tutto questo tempo, meditava la vendetta? La Gente Nuova era capace di odiare così a lungo? Era questa la differenza fra le due razze? 

Dagga finì di coprire il corpo del neonato, si alzò in piedi e rimase immobile.

Ghnog distolse lo sguardo e le voltò le spalle.

C’era una differenza profonda, tra loro, una differenza che andava al di là delle magie della Gente Nuova, forse persino al di là dell’incapacità di generare una discendenza comune, un’unica razza.

Ghnog chiuse gli occhi, avvertendo sulla pelle il calore del sole morente, ascoltando la Grande Acqua che si muoveva, incessante, sotto di lui, il fruscio delle foglie scosse dalla brezza della sera.

Era qualcosa che aveva a che fare con quella parola, “mio”, che Dagga aveva detto poco prima. 

Era una parola che Dagga ripeteva spesso, sia nella lingua del Popolo che nella propria, a proposito di un sacco di cose, cose che mai Ghnog, né alcuno del Popolo, avrebbe definito “sue”: un fuoco acceso, un disegno sulle pareti di una grotta… 

Ghnog sentì Dagga che si avvicinava pian piano, i passi leggeri, ma carichi di vendetta rappresa, pesante, e la udì trattenere il respiro mentre estraeva il coltello di selce che portava alla cintura. 

Forse era quella la ragione per la quale la Gente Nuova era una razza superiore e sarebbe sopravvissuta, mentre il Popolo sarebbe scomparso per sempre, come i Lunghi Nasi delle steppe. 

A Ghnog parve di capirla, quella ragione, mentre il coltello di Dagga gli si infilava nel collo e poi, mentre lei lo spingeva giù, sulle rocce. 

Mentre cadeva, il suo ultimo pensiero fu che, forse, sarebbe rinato da qualche parte oltre la Grande Acqua.

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