Ginocchioni sul letto, nella stanzetta al piano superiore, il ragazzino guardava fuori dalla finestra. Fissava attraverso il vetro le cime degli alberi al di là dello steccato: i rami immobili degli abeti erano coperti da un soffice manto di neve caduta silenziosa durante la notte. Portò oltre lo sguardo seguendo il profilo irregolare delle montagne, fino a dove la piccola finestra glielo permise. Ovunque, cime innevate sotto un cielo di un azzurro che mai gli era capitato di vedere sopra la grande città da dove proveniva. Spostò in avanti il suo corpo avvicinandosi di più alla finestra, il letto cigolò e il suo caldo respiro velò leggermente il bosco, i monti e il limpido cielo. Ritrasse di poco la testa e dopo alcuni istanti, alitò forte più e più volte sul vetro fino a far sparire l’intero paesaggio. Poi, con un dito si mise a disegnare strade, grattacieli, automobili e persone. Scarabocchiato il vetro con tutto quello che gli venne in mente, restò a fissare il suo disegno; ma, più lo fissava, più esso svaniva e così silenzioso ricomparve il bosco, le montagne ed infine il cielo ancora più azzurro di prima. Deluso lasciò cadere le spalle, poi, sbuffando batté i pugni sul letto che immancabilmente rifece sentire la sua voce, mescolata questa volta al richiamo della madre che giungeva dal basso. Il ragazzino volse il capo verso l’ingresso della cameretta, rimanendo fermo in silenzio alcuni istanti con lo sguardo sulla vecchia porta in legno, dopo un po’ saltò giù dal letto e scese a far colazione.

Nell’aria fresca e limpida del primo mattino, un’incompleta luna sembrava non voler lasciare il posto ad un pigro sole che lentamente stava sorgendo dietro il tetto d’ardesia della nuova casa. Il ragazzino osservò la luna alcuni istanti mentre richiudeva il cancelletto alle sue spalle, in bocca aveva ancora il sapore del pane nero, delle uova strapazzate e dello yogurt ai frutti di bosco. Pensò che se quella fosse stata d’ora in poi la sua colazione, allora lì le giornate sarebbero cominciate tutte nel modo più sbagliato. Sospirando volse lo sguardo all'imbocco del sentiero che entrava nel bosco a sinistra della legnaia, aveva promesso solennemente di restare su quel sentiero: “solo una breve escursione e poi girare i tacchi e tornare indietro!”, la madre glielo aveva ripetuto e fatto ripetere fino allo sfinimento: “non allontanarti troppo mi raccomando!”. Infilato il berretto e i guanti di lana il ragazzino iniziò a camminare. 

Nel bosco di abeti, bianche rocce affioravano dal soffice manto di neve, mentre tra gli alberi si udiva un debole frusciare di uccellini in un volo invisibile da un ramo all’altro. Camminando lentamente lungo il sentiero, il ragazzino osservava ogni cosa cercando di scorgere ogni piccolo movimento, ma tutto gli sembrava immobile. Immobile e silenzioso. Spostò il berretto dietro le orecchie, per poter sentire meglio, ma l’unica cosa che udiva era lo scricchiolante compattarsi della neve sotto i suoi lenti passi. Quell’ovattato silenzio era qualcosa di nuovo per lui. Si chiese se dovesse averne paura. In città c'erano tanti tipi di rumori e quasi ognuno di essi per lui racchiudeva un pericolo: le sirene, il traffico, le urla della gente per le strade. In città aveva sempre pensato che i rumori in qualche modo ti osservassero, ti studiassero volendo da te un qualcosa che era meglio non conoscere. Ma lui aveva imparato a non dargli bada, a lasciarli scorrere ignorandoli, tanto che alla fine loro ignorassero lui. Ed allora si chiese se quel silenzio potesse essere più “astuto” dei rumori della città; e se fosse mai possibile ignorare anche il silenzio. Per un attimo pensò di ricoprirsi le orecchie ma poi decise di non farlo e continuò a camminare. 
Presto, giunse ad un punto dove il sentiero saliva dolcemente costeggiato da un leggero pendio, la veduta pian piano si aprì sull’intera immensa vallata. Mentre udiva il suo lento e affaticato respiro, il ragazzino si fermò a fissare il mondo attorno a sé: un mondo bianco e sterminato, una visione priva di confini e suoni. Non aveva mai visto la neve nella sua grande città e non aveva mai udito un silenzio così profondo. Pensò che il bianco fosse il colore del silenzio, pensò che quando il mondo desidera il silenzio allora lascia cadere la neve per ricoprire tutto con il suo candore. Poi, pensò a quali fossero i suoi desideri e così gli vennero in mente tutti i discorsi di sua madre fatti in quegli ultimi giorni, i giorni prima della partenza. Lui si era sforzato ma non era riuscito a comprendere tutto quel parlare sulla sua infanzia, sul fatto che lei era cresciuta in quei luoghi, ma soprattutto sul perché di quella decisione. Eppure ci aveva provato, ma proprio non capiva. Sapeva bene che tutto nasceva dal dolore, dopo tutto era anche il suo dolore, la perdita era stata anche la sua, ma non riusciva ad accettare che né lei né i suoi zii non avessero voluto ascoltare la sua opinione. Con gli occhi lucidi e stringendo i pugni il ragazzino fece un respiro profondo incorporando il più possibile quella pura aria fresca e poi, improvvisamente, lanciò un grido: un grido diretto alle montagne, un grido intenso e lungo. Dopo pochi istanti le montagne gli restituirono il suo grido, né più né meno, come era partito così ritornò indietro. Che cosa se ne potevano fare le grandi montagne della voce di un piccolo ragazzino? Stringendosi lentamente tra le braccia egli alzò lo sguardo e molto alto nel cielo azzurro, vide un uccello immobile, con le ali spiegate, che gli sembrò essere sorretto da forze invisibili. Immaginò che stesse osservando il mondo sotto di lui. Il ragazzino si mise a fissarlo, cercando di catturarne il movimento, ma lui sempre immobile continuava ad osservare il mondo tenendolo distante. Per un attimo sentì di invidiare quella creatura, pensò che almeno lui era lì dove voleva essere, in un punto del mondo ben preciso che lui e solo lui aveva scelto, né il vento né le montagne lo avrebbe spostato da quel suo spazio indiscutibile… dove voleva stare lui stava, da dove voleva osservare il mondo da lì lui lo osservava. Il ragazzino alzò un braccio con l’intenzione di salutarlo, ma subito pensò fosse una cosa stupida o forse una cosa inutile e allora riprese a camminare.

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