I

 

Apro gli occhi.

Il primo istinto è muovermi, sentire il pavimento sotto i piedi, magari alzarmi dal letto o voltarmi. Ma qualcosa non va. Non riesco. Il mio corpo non risponde, eppure sono sveglio. Sono cosciente. Sento, ma in modo diverso. Strano.

Lentamente, prendo coscienza di ciò che mi circonda. Luci fredde, bagliori intermittenti provenienti da una fila di macchine, monitor che emettono un ronzio costante. La stanza è asettica, sterile, come una sala operatoria o il cuore di un laboratorio.

Cerco di sollevare un braccio, ma niente. Mi concentro ancora, provo a muovere le dita, ad alzarmi. Niente. Panico. È come se fossi sospeso, bloccato in un vuoto senza controllo. Ma posso vedere. Posso pensare. Non riesco a capire cosa mi stia succedendo.

Poi il mio sguardo si posa su un riflesso. C’è uno specchio, grande, davanti a me. La figura che vedo… sono io. Ma non lo sono. Mi fisso. È come vedere un fantasma di me stesso, una proiezione tremolante e irreale. Non è la mia pelle. Non sono i miei muscoli, non sono le mie ossa. È solo luce.

Provo a gridare, ma anche la mia voce sembra venire da lontano, come se fosse distorta. «Cosa… cosa mi sta succedendo?»

Il riflesso rimane immobile. Nessun movimento. Nessuna reazione. Sono bloccato. Un bagliore di ricordi confusi attraversa la mia mente. Oltre, non c'è più nulla. Solo questo presente assurdo. Dove sono? Cosa sono diventato?

«Stai calmo.»

La voce arriva all’improvviso, profonda e ferma. Qualcuno è nella stanza, ma non posso girarmi per vederlo. È solo una voce dietro di me, lontana. Sento dei passi avvicinarsi. «So che è difficile da comprendere, ma sei al sicuro.»

Al sicuro? Non riesco nemmeno a muovermi. Il cuore mi batte in gola, o almeno, dovrebbe. Ma non lo sento. Niente. La voce continua. «Mi chiamo Giorgio Amidei, sono un ispettore di polizia.»

Polizia? Cosa ci fa un poliziotto qui? Cosa c’entra la polizia con… questo? La paura si mescola alla confusione. Le mie parole sono deboli, quasi sussurrate. «Dove sono? Cosa mi è successo?»

«Non è facile da spiegare.» Amidei si avvicina ancora, e ora posso vederlo riflesso nello specchio. Un uomo sulla cinquantina, con una giacca sgualcita e l’espressione di chi ha visto troppo nella vita. I suoi occhi mi osservano con una strana combinazione di empatia e distacco. «Tu… sei stato riportato in vita.»

Non capisco. La mia mente non riesce a elaborare. «Riportato in vita?» La mia voce suona lontana, confusa.

Amidei fa un respiro profondo. «Non nel senso che immagini. Non sei più una persona fisica. Sei stato ricostruito. Quello che vedi… quello che senti… è il risultato di un progetto sperimentale chiamato Lazarus.»

Lazarus. Il nome rimbomba nella mia testa, ma non mi dice nulla. «Che diavolo significa?»

L'ispettore si ferma per un momento, scegliendo con cura le parole. «Sei stato assassinato, Giuliano. Ma volevamo darti la possibilità di dirci chi l’ha fatto. Sei un ologramma, una proiezione della tua coscienza. L’intelligenza artificiale ha preso tutte le informazioni su di te – documenti, foto, video, ogni dato possibile – e ha ricostruito ciò che eri. Ogni ricordo, ogni pensiero. Sei qui, in una forma che non ti è più familiare, ma tutto ciò che sapevi è ancora dentro di te.»

Le sue parole mi colpiscono come un pugno nello stomaco, o almeno è ciò che dovrei sentire. Ma non c’è nulla. Solo vuoto. Assassino? Sono… morto?

La mia mente cerca di afferrare l’idea, ma è come se qualcosa fosse fuori portata. Le mie dita non tremano, perché non ho dita. Non sento il battito accelerare, perché non c’è più un cuore che batte. «Non è possibile,» balbetto. «Non posso essere morto. Io sono qui.»

Amidei annuisce lentamente. «Sì, sei qui. Ma non come prima. Il tuo corpo è stato ritrovato qualche settimana fa, in un campo. Ma abbiamo deciso di sperimentare Lazarus sul tuo caso. Sei una copia digitale, un riflesso della persona che eri. Sei stato creato per aiutarci a scoprire chi ti ha tolto la vita.»

Il mondo intorno a me si chiude in un silenzio opprimente. Le sue parole scorrono come fiumi gelidi attraverso i miei pensieri. «Chi… mi ha ucciso?» chiedo, quasi senza voler sapere la risposta.

L’ispettore si ferma un istante. «Questo è quello che dobbiamo scoprire. E tu sei la chiave.»

L’ispettore mi osserva, con uno sguardo che ora capisco essere di pietà. «Riposa per ora, Giuliano. Domani, torneremo a cercare risposte.»

Ma non rispondo. E nel silenzio, osservo il mio riflesso spettrale e sento il gelo dell’eternità, sarò mai più libero ?

 

II

Appena Giorgio uscì, la stanza si immerse in un silenzio innaturale, un vuoto opprimente che sembrava amplificare la mia solitudine. Il peso delle rivelazioni mi schiacciava, come se la mia stessa esistenza, ora ridotta a pura coscienza digitale, fosse troppo fragile per sopportarlo. Non ero più un uomo; non avevo più un corpo, solo pensieri che vagavano in un limbo freddo e distaccato. Mi sentivo perso, intrappolato in questa simulazione sterile, con il futuro che si estendeva davanti a me come un abisso.

Avevo bisogno di una tregua, di qualcosa che potesse riportarmi a un frammento di umanità, anche solo per un attimo. Poi, all'improvviso, un ricordo mi colpì con la forza di un fulmine: la musica. Nella mia vita passata, la musica era stata la mia ancora, l'unico rifugio capace di sollevarmi dal dolore, di donarmi una pace ineguagliabile. E tra tutte le melodie, c'era Bach, il suo rigore e la sua grazia, un balsamo per la mia anima stanca.

"Sono autorizzato ad ascoltare musica?" chiesi, senza sapere a chi rivolgermi, ma con la speranza che qualcuno – o qualcosa – mi ascoltasse.

Dopo un breve istante di sospensione, il suono iniziò. Le prime note del Preludio in Do maggiore risuonarono delicate nell'aria, un'eco di vita che vibrava nella stanza asettica. La musica si propagava, spezzando l’apatia di quel luogo senza vita. Improvvisamente, la stanza sembrò meno opprimente, meno grigia. Le note si avvolgevano attorno a me, mi cullavano, riportando alla mia coscienza ricordi di momenti più semplici, di un tempo in cui avevo ancora un corpo, un cuore pulsante e una vita da vivere.

Chiusi gli occhi – o quello che per me equivaleva a chiudere gli occhi – e lasciai che la musica mi trasportasse. Per un momento, dimenticai di essere un ologramma; dimenticai la mia condizione artificiale. Ero solo io, il suono delle corde, e la sensazione quasi tangibile di libertà che quelle note mi donavano. La mia coscienza, intrappolata in un mondo fatto di codice e memoria, sembrava finalmente respirare. Non desideravo altro. Non in quel momento.

Mentre la musica scorreva, sentivo che le catene della prigionia si allentavano, e mi percepivo più umano. Quell’illusione di normalità, per quanto fugace, era un dono prezioso. E, forse, in questo strano nuovo mondo, era sufficiente un’illusione per darmi la forza di affrontare il domani.

Con ogni fibra della mia esistenza, avevo ritrovato un barlume di speranza che mi guidava attraverso l’oscurità.



 

 

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