Rieccomi a scrivere nuovamente di me.

 

Questa volta riguardo al rapporto e l’importanza che ha avuto la musica nella mia vita fino ad ora.

 

Da quando ero un lattante anche i miei genitori, come molti altri fanno nel confronto dei propri figli, mi hanno sempre permesso e dato la possibilità di ascoltare musica.

 

Fu così che nacque un idillio, tra me e essa. La musica. In tutte le sue forme. Che si è protratto per tutti questi anni. Con una frequenza di ascolto elevata.

 

Ci tengo a documentare però, a differenza di altri – vuoi che essi siano atleti famosi o semplicemente alcuni miei ex compagni di classe – che solo in pochi casi sporadici nella mia vita, e solo quando anche gli altri erano già impegnati, la ho ascoltata con auricolari o cuffie mentre mi trovavo assieme ad altre persone in movimento (perché nei locali ovviamente nemmeno se ne parla). Perché in compagnia preferisco la conversazione.

 

Comunque bando alle ciance, qui incomincio il mio personale elenco: la prima musicassetta che ricordo, tra i cantanti a livello nazionale, fu quella di Edoardo Bennato. Ero attratto dal Rock del capitano uncino, l’isola che non c’è mi dava speranza e faceva volare con la fantasia.

 

Dopodiché mio cugino mi fece ascoltare gli 883. Così come alcuni miei compagni delle scuole elementari. Trovai la voce di Max Pezzali estremamente melodiosa.

 

Fu la volta del confronto con i compagni di calcio. Appassionati degli Offspring.

 

Mentre alle gite scolastiche si ascoltavano gli internazionali Aqua e il nazionalissimo, invece, Jovanotti.

 

Qualche cameo da parte dei nastri del Festivalbar.

 

Dopodiché le musicassette vennero sostituite dal Compact Disc.

 

Il mondo della strada afro-americano raccontato da un bianco, Eminem.

 

Blink182, Sum41, LimpBizkit band giovanili che andavano per la maggiore in quegli anni. Con i ritmi e ritornelli delle loro canzoni capaci di entrare in testa e rimanerci per lungo tempo. E le loro condanne di un disagio adolescenziale, in cui ci si poteva imbattere a prescindere dallo status sociale di appartenenza.

 

Il periodo delle superiori passato ad ascoltare e partecipare, per lo più, ai concerti delle band Punk e Ska della mia regione e nazionali. Meganoidi, Punkreas, Tre allegri ragazzi morti, Pornoriviste.

 

Un mio amico del mare appassionatissimo degli Articolo 31, riuscì nell’intento di trasmettermi questa sua passione.

 

Ska-p, Sud Sound System.

 

Nel contempo uscii per le prime volte in discoteca con gli amici. Al che corrisponde il mio periodo di avvicinamento a tutt’altro genere musicale: la dance italiana con Gigi D’Agostino, Prezioso, Eiffel65 e quella internazionale con Sean Paul.

 

Un mio compagno di classe delle superiori mi presta il suo CD dei Rage against the machine.

 

Una volta al concerto di Caparezza e di Elio e le storie tese. Due volte a sentire i Bandabardò.

 

Nel frattempo ascoltando e riscoprendo classici italiani come Celentano e la Carrà. E leggende nazionali della musica pop-rock come Ligabue e Vasco Rossi.

 

E classici internazionali come The Beatles, Queen, Pink floid e Miquel Jackson.

 

Red hot chili peppers e la loro condanna di una società dell’apparenza.

 

Foo fighters.

 

Mi riavvicino alla commerciale internazionale con David Guetta, Pitbull, Avicii.

 

Intanto rimango sentimentale quando sono all’ascolto di Coldplay, Bon Jovi, Goo goo dolls.

 

Mengoni.

 

Se dovessi elencare tutti i CD che ho a casa non basterebbero due fogli. Preferisco dirvi che arrivano fino al panorama rap con Club Dogo, Fabri Fibra, Marracash e Fedez.

 

I più recenti Madame e Möneskin.

 

Anche se tutt’oggi di tanto in tanto sento il bisogno di ascoltarmi una Macarena.

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