Negli anni ’80 la situazione sulle gradinate inglesi era una: ovunque violenza dilagante.
La polizia corse ai ripari, arrestando a campione e in maniera massiccia, ragazzi che portavano indosso i colori sociali della squadra del cuore, sulle loro maglie, sulle loro sciarpe.

A quel punto, gli hooligans inglesi adottarono uno stratagemma.
 

Sulle terraces non c’erano solo frange violente, ma anche tifosi che chiameremo “normali”. 

I “normali” si vestivano con i classici indumenti da inglesotto paraculo: maglioncino “Ben Sherman”,  polo “Fred Perry”, cardigan “Stone Island”, berretti e coppole; senza dimenticare le classiche camice a quadretti sotto i maglioni.

Insomma, una genialata. In questo modo, gli Hooligans si mescolarono ai “normali”, attenuando i provvedimenti disciplinari a loro carico. 

Per uno sbirro, distinguere un tifoso normale da un Hooligan iniziava ad essere un problema.

Ma ai giorni nostri come viene vissuta questa cultura?
 

Beh, non giriamoci troppo intorno: ai giorni nostri è puro esibizionismo, accostato a slogan da duri: “…vestiti bene, comportati male…“, “…mai per moda”, o minchiate simili. 
E’ una moda e basta, un modo come un altro per fare i pompati. 

Questo contrasto estetico è divenuto un motivo di frattura e diatriba fra i “vecchi ultras” e le nuove leve.

Io, che sono un po’ nel mezzo delle due correnti, posso tranquillamente affermare che i “vecchi ultras” evidentemente hanno dimenticato che anche mettere i bomber arancioni, i pantaloni camouflage e gli Anfibi, voleva dire darsi un tono, un look. Mica stai andando in guerra Zio
 

Insomma cambiano gli addendi ma il risultato non cambia
 

Ahinoi, internet (mezzo per il quale leggete questo stralcio 🤷🏻‍♂️), ha enfatizzato il tutto. Gruppi di ultras che si immortalano con vestiti costosi e in posa con armi o spranghe e via sul social magari camuffandosi il viso, ma taggandosi. 

Only white shoes, scrivono i geni, non pensando che ormai sono tutti uguali come soldatini di piombo, e che quindi danno ancora più nell’occhio, quando il casual era nato per tutt’altra storia.

Ragazzi… le fighe non vi cagano proprio con ‘sta roba
 

La Digos sì invece che vi caga. 

Negli stadi la celere non carica più. Ci sono le signore steward di 60 anni con la borsetta. I provvedimenti repressivi vengono presi davanti ai computer, gli stadi sono divenuti un “grande fratello”, dove beccarsi una denuncia e un daspo è davvero facile.
Il casualismo anni 80 è comunque una figata, ma vestiti Sergio Tacchini, Fila, Ellesse, Umbro, Merc, beh indossiamoli per una bella serata.

Ma in situazioni “hot”, beh perdonatemi, non mi va di strapparmi una camicia Ben Sherman; non mi va di bucarmi il mio Barbour da 1000 euro. Negli scontri, usate solo robe di merda usa e getta. 

Il casual moderno insomma ha assunto i classici connotati del “fantoccio”, piatto prelibato per i vecchi Ultras che non vedono l’ ora di trovare qualche pollo da spennacchiare.


Casualismo

Una nota tifoseria italiana, non troppo tempo fa, espose uno striscione: “Abbigliamento non vuol dire talento”.

Mi viene in mente una comparazione. 

Da piccolo, quando dovevamo fare un torneo di calcetto, ero superpreso dallo stile delle maglie, come realizzarle, come numerarle… Scarpe da calcetto nuove di zecca, squadra tirata a lucido di tutto punto. 
Alla prima partita, però, perdevi 11-1 contro il ricottaro con la canottiera sporca di sugo, che aveva come compagno di reparto quello con la maglia dell’Inter rifalda e taroccata (quelle con lo scudetto rotondo giallo che pareva un uovo a tegamino, per capirci).

Insomma e in definitiva, il “Casual” dei nostri giorni ha sortito l’ effetto esattamente contrario a quello d’oltremanica degli anni’80.

Ai posteri l’ardua sentenza.

 

 

 

 

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