Mi ero accordato con il proprietario di un grosso albergo in Calabria. Avrei dovuto dipingere un paio di grandi pannelli per la hall e altre decorazioni varie. Il posto era bello, proprio sul mare, il paese vicino un piacevole borgo e l’albergo era grande, ma che dico, enorme. Si divideva in due ali e una dava direttamente sulla spiaggia tutta sassi antracite, disegnati a linee e croci da concrezioni bianche. Quando il mare arrivava a bagnarle l’antracite diventava nera nera e i disegni, già bianchi, quasi si illuminavano al contatto dell’acqua.

Non avevo fretta di finire il lavoro e spesso me ne andavo a pesca, ma con scarsi risultati, più per starmene in pace a sognare che per star dietro a esche e lenza. Così un giorno con beata incoscienza, testa fra le nuvole e una barchetta di latta con motore a singhiozzo, me ne andai per mare aperto verso una lontana boa che segnalava un relitto a circa 70 metri di profondità. I locali favoleggiavano che lì attorno vivessero pesci di notevole dimensioni.

Infatti in quel profondo blu calai con la lenza anche le mie residue speranze di pescatore, ma come al solito senza alcun risultato.

Che pace però starsene lì, nel silenzio più assoluto, fra un mare più color cielo del cielo e un sole accecante. Non so se per l’ora o il dondolio della barchetta, fatto sta che gli occhi tendevano a chiudersi e il sonno stava prendendo il sopravvento sull’adrenalina di una scialba pesca.

Ero in una specie di dormiveglia quando un respiro forte e ritmato allertò i miei sensi.

Spalancai gli occhi e mi guardai attorno, ma a una prima occhiata non vidi nulla di strano…..Però il respiro lo sentivo ancora e incalzava, si faceva più forte… Spiai il luccichio del riverbero del sole perché l’impressione era che il respiro venisse da quella parte…. Ma nulla…..No!….Ora qualcosa stava succedendo….. Un movimento….Un movimento di onde sincronizzato a quel respiro….anzi respiri…Improvvisamente presero forma schizzando dall’acqua. Erano tre delfini e puntavano verso me.

Che fare? Nulla! La maestosità di quelle tre meraviglie meritava silenzio e contemplazione.

Le schiene grigie luccicavano sotto il sole, inarcate nel nuoto, l’avanzare verso la mia barca era tranquillo come il loro respiro all’unisono. Ma non mi avevano visto? Oppure si? Che volevano da me?

Guardarmi e basta. Arrivati a meno di due metri non fecero altro, con saggezza, un po’ di curiosità e tanta pietosa benevolenza per quell’essere sopra un pezzo di latta in mezzo al mare che intanto recuperava la lenza, trovando a sorpresa una acciughina suicida infilzata in un amo da tonno.

Ridevano di me inabissandosi, piano piano?

Per questo il mare tutto attorno alla mia barchetta cominciava a ribollire sempre più forte e sempre più a largo cerchio?

Mai avrei immaginato uno spettacolo simile!

Il ribollire era esploso in un incredibile carosello di pesci volanti inseguiti da tonnetti e tonni giganti, piccoli e grandi delfini e io mi trovavo al centro di quella gigantesca “mangianza”!

Ovunque guardassi per 360 gradi c’erano pesci di tutte le dimensioni che saltavano fuor d’acqua a cacciare il branco di pesci volanti. Sotto il pelo dell’acqua invece grande fuga di acciughe, compagne di quella che pur di non finir mangiata viva si era venuta a infilzare sul mio amo.

Ero inebriato, inebetito, non sapevo più dove guardare! La bellezza di quelle schiene lucenti mi ipnotizzava, quei balzi, quei tuffi…..Indimenticabili momenti!

 

Avrò sempre davanti agli occhi il piccolo delfino che mi punta da lontano, mi fissa, si fa largo in tutta quella baraonda, il suo corpo idrodinamico quasi non lascia scia! E’ vicinissimo, sta puntando la prua della mia barchetta, eccolo è a meno di mezzo metro, ormai siamo occhi negli occhi.

E' scoppiato l’amore?

Il mio sicuramente.

Lui s’inabissa continuando a fissarmi con gli occhioni curiosi e, come in una canzone, “ io lì a testa in giù a vederlo scendere nel mare sempre più blu’, qualche bollicina arriva ancora su ma lui non c’è più”….

Né lui, né gli altri, nulla.

 

Quando rialzai lo sguardo il mare era di nuovo una tavola. Non c’era più uno schizzo d’acqua, non un pesce a saltare né un altro a fuggire, nulla, calma piatta, silenzio. Tutto finito, come i sogni.

Ma forse meritavo un altro saluto perché poi, quasi da sotto la barca, riaffiorarono silenziosi i tre delfini che ora tornavano da dove erano arrivati , avviandosi verso il sole che tramontava.

Se chiudo gli occhi lo risento ancora quel magico respiro all’unisono, unico delicato suono nel silenzio di un mare crudele e generoso al tempo stesso.

Misi in moto il mio traballante motore e mi avviai verso la riva con il cestino delle prede traboccante… della solitaria acciughina suicida.

Calavano le tenebre ed ero ancora molto lontano, ma riuscivo a distinguere i puntini di luce dell’albergo che mi ospitava e riconoscevo le luminarie colorate della pizzeria sul mare, quindi non mi spaventai del buio. Mi preoccupava di più il motore che ogni tanto pompava giri per poi perderli di colpo, ma mi sentivo così fortunato di esser stato spettatore di tanta meraviglia che neanche questo intaccava la mia beata incoscienza e ancora gonfio di tutta quella bellezza arrivai alla meta.

La chiglia strusciò sulla sabbia pietrosa proprio mentre il motore saliva vorticosamente di giri. Io lo spensi, tirai in secco la barchetta e mi accorsi che non c’era più l’elica. Guardando la scia lasciata dalla barca, la vidi giacere stremata sul bagnasciuga, lambita dalle onde.

Mi venne di baciarla e la raccolsi sorridendo. Mi avviai al ristorante con l’elica in una mano e il cerignolo con l’acciughetta suicida nell’altra.

Era stata una giornata stupenda e fortunata, molto fortunata.

Mangiai nel ristorante quasi deserto, ma con un tale sorriso piantato in faccia che il cameriere guardando l’acciughina suicida nel cestino mi disse:

- “Maestro, ma che sei contento per la preda o ti va l’acqua per l’orto”- e girandosi sui tacchi esplose in una fragorosa risata.

 

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