IL BARONE

 

 

Erano trascorsi cinque anni da quel funesto giorno in cui Saverio Nicola Locoratolo, barone di Roccapadula, era stato protagonista di un pauroso incidente che segnò una svolta decisiva nella sua vita. Era l’otto dicembre giorno dell’Immacolata e, nonostante le condizioni del tempo non fossero favorevoli, le strade del centro erano affollate per gli acquisti natalizi. Nelle centinaia di bancarelle si trovava di tutto, dalle piccole cose inutili, agli addobbi natalizi e agli immancabili giocattoli per bambini. Il barone aveva due nipoti e fu proprio pensando a loro che decise di uscire per comprare qualche regalino.

Lui viveva da solo con un vecchio domestico rimasto con lui dopo la morte della madre Mafalda. Abitava in una vecchia dimora del settecento e nonostante i suoi cinquanta anni era ancora un uomo piacente, una folta capigliatura incorniciava un viso rotondo dalla pelle liscia e vellutata. In contrasto con i tratti signorili, il suo carattere era pessimo, irascibile, gretto, scorbutico e misogino. Diffidava di tutti, era sempre in allerta, si vantava di non essere mai stato imbrogliato da nessuno, proprio a causa di questo suo ruvido carattere, aveva sempre avuto rapporti difficili con l’altro sesso, mai un’avventura e né tanto meno si era mai sposato, con i bambini, invece, era particolarmente tenero e disponibile. Ogni volta che i nipoti, andavano a trovarlo lui li colmava di regali, giocattoli e dolciumi, erano quelle le poche volte che riusciva a sorridere. Di natura scontrosa e riservata, odiava le feste natalizie, ma le sopportava proprio per l’amore verso i nipotini. Era domenica, voleva approfittare del giorno festivo, per scendere in centro per le compere, ordinò al maggiordomo di preparare il calesse e di accompagnarlo. L’aria era gelida. Le strade con le luminarie natalizie e i negozi scintillanti di luci, offrivano uno spettacolo allegro e festoso. Il barone stava pensando a cosa comprare, il vecchio servitore rimpiangeva il caldo della sua stanza a palazzo, quell’aria fredda non era l’ideale per i suoi acciacchi. Nel periodo natalizio molti ragazzi, in strada, avevano l’abitudine di far scoppiare piccoli petardi innocui fra le gambe dei passanti, divertendosi a vedere le reazioni dei malcapitati. Un gruppetto di ragazzi era intento in questo gioco, quando arrivò il calesse del barone, che occasione magnifica per loro di provare a far scoppiare dei botti fra le zampe del cavallo. Prepararono una lunga treccia di petardi e l’appesero dietro il calesse. Dopo poco, i petardi cominciarono ad esplodere in sequenza uno dietro l’altro, il guidatore s’impaurì e nel sobbalzare tirò con forza le redini, il prolungato scoppio e la brusca frenata fecero imbizzarrire il cavallo che prese a correre al galoppo, successe il finimondo! La gente scappava da tutte le parti, le macchine cercavano di scansare, se possibile, la povera bestia impazzita. Il maggiordomo cercava di trattenere l’animale, ma non aveva forza a sufficienza, durante la corsa, una donna fu presa di striscio dalle ruote della carrozza e sbalzata lontano, molti furono i feriti, alla fine il cavallo andò a sbattere contro un camion e rovinò per terra, Il barone atterrò su una bancarella piena di addobbi di natale, fracassando tutta la merce. Fu necessario l’intervento dei vigili del fuoco per rimuovere il calesse e la carcassa del cavallo ormai morto. I feriti furono trasportati in ospedale. Il risultato degli accertamenti clinici, sentenziò frattura del femore e una serie d'ecchimosi per Francesco il maggiordomo, il barone non aver riportato danni visibili, ma un ematoma dietro la testa preoccupava non poco i sanitari, era completamente paralizzato, non poteva muover nessun muscolo e non poteva neanche parlare, riusciva a muovere solo gli occhi. Una verità mostruosa, orribile, lui il barone Locoratolo, immobilizzato in ospedale, se avesse potuto urlare il suo grido si sarebbe udito per tutta Napoli. Pianse! La sua identità fu ben presto scoperta, in obbligo al suo titolo, gli fu assegnata una stanza singola e un’infermiera a tempo pieno per accudirlo, dipendeva in tutto da lei. Una situazione indecorosa e imbarazzante a suo modo di vedere. Lui che odiava le donne, si sentiva indifeso e umiliato nelle mani di quella gallina bionda in uniforme.

 

 

 

I giorni passavano, ma il barone non migliorava, era ancora immobile, non potendo fare altro pregava, parlava con i tutti santi a disposizione in paradiso, prima con umiltà, poi con il passare del tempo sempre con più foga, più arroganza. Lui era un nobile, non poteva continuare in quelle condizioni, ordinava che la sua guarigione doveva essere immediata. Diventava sempre più isterico, visto che non otteneva risultati, cambiò atteggiamento. Diventò più accomodante, si rivolse a Santa Mafalda, cominciò a promettere di tutto, dai ceri più grandi ad un numero infinito di messe in suo onore, arrivò perfino ha fare un voto. Sapeva che il popolino era uso fare questo genere di promessa per ottenere i favori dai santi. Non sapeva come fare, cosa poteva offrire in cambio della grazia, pensò allora al matrimonio, si convinse che era una buona promessa, sì, era deciso, se lo faceva guarire giurò che si sarebbe sposato. Si accorse che solo per aver formulato questo pensiero in pochi giorni la sua salute stava già migliorando, questo lo incoraggiò a proseguire nel suo progetto, gli era tornata la voce, ora poteva parlare! Confermò a voce alta che avrebbe sposato la prima donna che incontrava, anche una prostituta. Convinto di aver agito per il meglio si rasserenò e nel giro di un mese era guarito del tutto, doveva solo portare un bastone per un po’ di tempo, infatti tornato a casa fece un lungo periodo di convalescenza per rimettersi in forze. Il maggiordomo era tornato anche lui e, insieme, i due vissero in isolamento totale. Il barone, per evitare brutti incontri non usciva mai di casa, non aveva dimenticato il suo giuramento e si regolava di conseguenza. Era in pace con se stesso, viveva la sua vita anche se prigioniero di un voto e forse, poteva durare a lungo, ma il povero Francesco, più vecchio del barone, morì in una notte d’inverno. Fu un duro colpo per il nobile Saverio, rimase completamente solo, consapevole che non poteva vivere in quel modo, chiese aiuto ad una sorella, pur sapendo che era una soluzione provvisoria. In questa circostanza il parroco, suo amico, veniva tutti i giorni a trovarlo per fargli compagnia, un pò di chiacchiere e qualche partita a carte. Il barone approfittava di queste visite per discutere con il prete sulla validità dei voti fatti in momenti di disagio, se avevano una validità. La risposta era sempre la stessa, il prete gli spiegava che, comunque, era un impegno morale e religioso, venir meno alla parola era molto deplorevole, specie per un uomo religioso e di grande cultura come il barone, significava buttarsi fra le braccia del diavolo. Il parroco insisteva affinché trovasse una donna che sostituisse il maggiordomo morto, ma il barone era difficile da accontentare, lui preferiva un maschio, di una certa età, non voleva donne per casa né giovani rumorosi. Trovare un maggiordomo stagionato era un’impresa impossibile, e la situazione del barone richiedeva una soluzione immediata. Un giorno il prete venne a casa del barone con una donna al seguito, poteva avere circa quaranta anni, bassa di statura e un viso che forse un tempo doveva essere stato interessante. La reazione di Saverio Locoratolo fu istintiva, isterica e violenta, il prete fu costretto ad una fuga precipitosa. La volta successiva il parroco tornò, da solo, per convincere il barone ad aiutare quella poveretta, aveva tanto bisogno di lavorare, poteva prenderla in prova, se non era soddisfatto del suo lavoro la poteva mandare via quando voleva, alla fine esausto il barone acconsentì, anche perché aveva bisogno davvero di qualcuno che si prendesse cura di lui. Il lunedì mattina la donna arrivò in prova per una settimana. La presenza di quella donna in casa fu come un raggio di sole in una caverna oscura, là dove c’era buio e muffa ora c’era splendore, tutto era lucido e profumato, e non mancavano i fiori davanti alla foto della baronessa madre. Carmela era efficiente e silenziosa, la sua presenza era quasi invisibile, sapeva come trattare il vecchio orso, evitava persino di incontrarlo per casa, il barone a malincuore dovette ammettere che lavorava bene e con coscienza, non aveva niente da ridire su di lei, non trovava nessun pretesto per mandarla via, anzi non era nemmeno convinto di volerlo fare. In confronto con il suo Francesco, la donna se la cavava bene anche in cucina, piano, piano, il vecchio bisbetico stava diventando sempre più mansueto. Capitò che si ammalò di bronchite e dovette restare a letto per molto tempo, Carmela si prese cura di lui in modo amorevole. Fu allora che don Saverio si ricordò del suo voto non ancora esaudito, promise solennemente che questa volta avrebbe mantenuto la parola data, in effetti lei era stata la prima donna incontrata, sposandola manteneva la promessa. Carmela apparentemente di forte costituzione, in realtà soffriva di una grave forma di scompenso cardiaco.

Tale diagnosi le era stata riscontrata anni addietro in seguito ad un violento spavento. Una sera fu investita in strada da un cavallo impazzito. Restò in ospedale per un lungo periodo, quando uscì non fu più in grado di riprendere il suo lavoro sui marciapiedi, era una prostituta, figlia di una ragazza madre che nel patetico tentativo di migliorare l’esistenza della piccola aveva scelto il nome della santa cui era devota, Mafalda. Un nome, purtroppo, non può modificare il destino e, com’era prevedibile, la bambina a soli sedici anni frequentava i marciapiedi con il nome d’arte di Carmela, ma anche facendo il mestiere, non trascurò d’imparare quanto più possibile. La ragazza non voleva finire i suoi giorni sulla strada. Sognava di fare un bel matrimonio con qualcuno pieno di soldi.

Le vie del Signore sono infinite, anche un mortaretto, un cavallo impazzito, un voto, a volte, possono far parte del disegno divino.-

 

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