Una traversia che avvolgeva i confini culturali e linguistici si manifestò quando un colorato gruppo di turisti giunse dall'altra parte del globo per ammirare le meraviglie di Roma, senza padroneggiarne la lingua, ovvero l'italiano. Muovendo tra le strade tortuose e le piazze affascinanti della Città Eterna, questi viaggiatori affabili ma incomprensibili avevano la difficile missione di farsi capire dalla restante popolazione! Era come guardare una partita di calcio in uno stadio gremito, ma con le urla dei tifosi che suonavano come un incomprensibile mormorio. Con pali di scarso linguaggio o gesti spericolati, cercavano disperatamente di attingere alla conoscenza muta degli abitanti di Roma. Non avevano problema a tentare di chiedere indicazioni a un angolo, ma alla fine si trovavano a discutere dell'ultima partita di calcio o del prezzo del pane. In questo balletto di comunicazione guastata e incompleta, si rifugiavano in una sorta di lingua universale delle espressioni facciali e dei gesti teatrali. Non c'era bisogno di parole per capire che volevano selfie con il Colosseo come sfondo o un sorriso caloroso davanti all'ambita Fontana di Trevi. E sebbene i colloqui con gli autoctoni fossero un po' macchinosi, per non dire spericolati, queste situazioni meravigliosamente dissonanti diventavano fonte di risate senza fine. La commedia si dipanava in liriche metafore, metafore a cui si affezionavano quanto le statue di Michelangelo. Immaginate la scena: un turista agita le mani freneticamente davanti a Caffè Sant'Eustachio e chiede a un passante ignaro se sa dove trovare un "vincolo caffeinico trasformante". Il poor soul che riceve questa richiesta ci mette fatica a trattenere le risa e cerca, con pazienza, di spiegare che si tratta di un semplice caffè. Poi c'è la scena classica in cui uno dei nostri turisti avidi di storia e cultura si imbatte in una farmacia e, con una pronuncia orribile ma con un entusiasmo innegabile, chiede al gentile farmacista se può fornirgli un "devoto manoscritto di Paracetamolo". Il farmacista resta perplesso, ma alla fine sorride e gli consegna dolcemente una scatola di paracetamolo, cercando di spiegare che non c'è bisogno del devoto manoscritto. In quel modo, allegramente sperduti in traduzioni errate e concetti distorti, incantavano Roma con la loro dolcezza e onestà. Potevano non comprendere a pieno la lingua, ma la loro sincerità e il loro entusiasmo erano contagiosi. Non importava se cadevano in un angolo del dialetto romano o se si confuse i nomi dei monumenti. Si godevano ogni momento, incuranti delle sfumature di significato o delle parole intricatamente intrecciate.

 

©Laura Lapietra 

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