Affacciati sulla balconata panoramica pensavamo:
“Là c’è il mare!” e cercavamo di scorgere oltre le distese di vigneti, oltre le serre luccicanti, oltre i paesini più a valle. Ma nelle giornate di tramontana e di cielo chiaro non si vedeva che una striscia turchina e immobile. Come se la avessero appiccicata sul fondale di un teatrino.
“Là c’è il mare!” qualche volta ci dicevamo l’un l’altro, guardando fisso davanti con gli occhi socchiusi per la gran luce.
“Sì, c’è il mare”. 
“Beh, che non lo sapete com’è il mare? Pare tutto nuovo per voi! Siete proprio sempliciotti!”
Benito si ritraeva nelle spalle, secco come una gruccia, segaligno e coriaceo dal tanto stare per i campi. Pareva una scorza caduta da un tronco.
“E com’è il mare? Diccelo tu!”
“Ehh com’è… com’è! Noi qui abbiamo il lago. Non ti credere che sia poi tanto differente da un lago…”
“Ma se dovessi spiegarcelo come sarebbe, il mare?”
“Ma non c’è da spiegare molto. Lo vedi già com’è! Non è che bisogna essere delle cime per capire com’è fatto!”
“E’ azzurro!”
“Sì. Azzurro…”
“O blu?”
“Azzurro… ma quando viene la notte non è più azzurro. Diventa bianco.”
“Diventa bianco… come lo sai che è bianco, di notte?”
“E’ perché l’ho visto. Da lontano ma l’ho visto! Sono arrivato fino a metà strada e ho visto che la striscia del mare era bianca. Tutta la luce del giorno si deve sfogare in qualche modo, no? Prende la luce del Sole tutto il giorno…”
“Io ho letto che si muove sempre…”
“Certo che si muove sempre” affermava Benito: “E’ come il lago, che quando tira la tramontana forte fa quelle crespe… io non sento la mancanza di questo mare. Io ho il lago!”
Guido tirava su gli occhiali dalla punta del naso. 
“Io ho letto che è immenso. Non è possibile descrivere la sua immensità. Tu cammini, cammini e non finisce. Non finisce mai!”
“Io sono contento così. Io ho il mio lago”

Però quella mattina partimmo lo stesso, alla volta del mare. Come stavamo in paese, così salimmo sulla camionetta. Guido con la sua camicetta kaki, Benito con i pantaloncini e gli staccali sul petto nudo, io e Bruno con i pantaloni di pelle di diavolo[1] e la camicia tutta aperta davanti per il gran caldo.
Ci lasciavamo dietro un nugolo di polvere. Le strade erano tutte da rifare. Polvere e mosconi si alzavano al nostro passaggio. Il suono delle cicale era più forte del rumore meccanico della camionetta.
Ad un certo punto passammo in mezzo ad una schiera di pini. Pini a destra e a manca e nell’aria un odore che arrivava a pungere le narici, assieme ad un senso di maggior calore, come se tutto intorno la campagna si stesse arroventando. Le cicale facevano festa; una festa assordante.
La camionetta si fermò accanto ad una montagna gialla. Era sabbia, sul cui cacume stava dell’erbaccia nera, frusta e selvatica.
Dalla cabina Barberino gridò che eravamo arrivati.
Scavalcammo la sponda e scendemmo in terra, un poco indolenziti.
“Per dove si va” 
“Scavalcate qua e ci siete! Io alle undici ripasso!”

Così restammo da soli, al di qua del mare. 
Veniva, ora che il frinire era diminuito, un rumore continuo di tamburi fracassati, ora più intenso e ora più attenuato, come se fosse portato da folate di vento. E il vento infatti girava attorno alla duna facendoci fremere i capelli. La gran luce ci costringeva a socchiudere gli occhi. La camionetta di Barberino svoltò e una gran nuvolaglia gialla di polvere, mosconi e zanzare si levò per poi scendere di nuovo.
“E allora!” disse Benito. E cominciò a salire come un alpino. Quando ancora eravamo a metà della salita lui era arrivato in cima. Si fermò di colpo.
“Beh? Allora?” chiedevamo ansanti da sotto.
Forse al mare è così, che le cose che appaiono piccole in realtà sono molto più grandi. Quella montagna di sabbia era ripida e bollente. 
“Venite! Venite a vedere…” rispondeva Benito.
“Che vedi? Che vedi?”
“Venite vi dico…”
Quando arrivammo in cima il mare era lì. Che vi posso dire… era qualcosa di inimmaginabile. La cosa più semplice e più bella del mondo. Una grande distesa di acque, quel giorno rabbuiate e smosse, che faceva di sé montagne che subito smontava; che faceva di sé crespe bianche e abissi neri che subito trasformava in placidi ristagni a riva. Sopra, il cielo sembrava assecondarlo, affastellando nuvole su nuvole. E tutti e due: mare e cielo, parevano fatti per stare insieme. Ora mi sembrava che l’unica ragione della esistenza del cielo fosse il mare; tanto è vero che giù giù, interminatamente giù si univano e il mare (prodigio) pareva appagato, rasserenato e calmo, laggiù dove si univa al cielo e c’era una lunghissima linea sottile che non esisteva o meglio, esisteva solo nelle mie sensazioni. Tutti rimanemmo a guardare a lungo. Ogni cosa pareva in grado di rapirci lo sguardo per sempre. Dovevamo distogliere gli occhi per non essere risucchiati da tale bellezza!
Quando trovammo un po' di pace dal turbinio delle sensazioni e ci sedemmo sulla duna rovente Benito accese un’altra sigaretta. Ci guardò con quella faccia ignorante che aveva; quella gran faccia di culo che si ritrovava.
“Beh? Che non ve lo avevo detto com’era il mare? Siete proprio dei sempliciotti!”
Poi scoppiò a ridere e corse giù dalla duna verso il mare.
Dalle suole delle sue scarpe ad ogni falcata un po' di sabbia faceva un arco e si sgretolava all’aria.


 

[1] Di stoffa da poco prezzo, di scarso valore

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