Il Vulcano, che sgradito regalo natalizio ci fece a noi poveri acitorriani. 

Quel magma, quel maledetto magma che senza pietà si mise a sfrigolare e a bollire come se fosse acqua caldissima derivante da un mefistofelico bollitore, tramutandosi in una implacabile ed impressionate lava rossa tanto da associarla a quella dell'Inferno dantesco.

Ho scolpito nell'anima ogni singolo fotogramma di quel drammatico giorno, a cominciare da quel fumo che via via si innalzava sempre più in alto sulla mia città collocata alle pendici dell'Otna. La quiete prima della tempesta, anzi, prima dello sfacelo, fondamentalmente una seconda Pompei.

All'improvviso, sentii i miei occhi bruciare in maniera pazzesca finché un’angosciante oscurità color ardesia imprigionò il sottoscritto assieme agli altri cittadini di Aci Torre in un misto di stupore e tensione fino ad arrivare alla temutissima eruzione seguita dal terremoto. Ci fu un parapiglia inaudito e una cacofonia di urla strazianti accompagnata dai pianti lancinanti dei bambini. La gente per ovvi motivi si prodigò a correre a destra e a manca, chi addirittura nel fuggi fuggi generale venne travolto dalle automobili.

L'Otna, senza troppi complimenti sparò una silurata lavica ad un'altezza incredibile, in una sorta di orgasmo, tant'è che gli zampilli e le colate apparivano come sperma rosso ed incandescente, mirati a distruggere tutto e tutti. Gli spruzzi sottili di lava scottante scivolarono via dal Vulcano alla massima velocità. Erano inarrestabili.  

La paura mi paralizzò totalmente e restai a guardare quel magnifico e al contempo orrendo spettacolo. Non durò molto, dal momento che una voce interiore mi esortava a sbloccarmi e di conseguenza ad agire. In fondo ero ancora molto giovane ed avevo una vita davanti.

Le ceneri e i gas riempirono gravosamente l'aria, mi tappai la bocca con la mano e, durante la fuga, posso assicurarlo, il cuore mi pompava a mille, peraltro assai motivato a non arrendermi, infatti avrei sputato sangue e cenere pur di non lasciarmi sopraffare da quel gigante impietoso.

Irreversibilmente fiumi di roccia fusa si addentrarono sull'inerme città sottostante sciogliendo nel loro percorso qualsiasi cosa ovvero scuole, parchi, case, supermercati, monumenti ed altre infrastrutture. Numerose bombe vulcaniche vennero catapultate dalla montagna sempre più instabile ed eccitata, procurando una moltitudine di esplosioni.

In fase conclusiva la gigantesca fontana di lava guadagnò “terreno” sia in lunghezza che in larghezza, insomma metri quadrati completamente coperti. Lo sleale e spietato Vulcano vinse con estrema facilità.
La terra si spaccò ed inciampando caddi al suolo come un sacco di patate per poi strisciare e dimenarmi.

«Sto morendo?» mi chiesi sul punto di svenire.
Da quel preciso istante, credo di aver pianto e pregato, non ricordo bene, ed infine il buio. Una volta che riaprii gli occhi, con grande sorpresa mi ritrovai al Policlinico con i medici e gli infermieri piuttosto affaccendati.   Gli angeli col camice bianco, (così li soprannominai) con i dovuti strumenti mi monitoravano costantemente temperatura, battito cardiaco e pressione sanguigna.

Mi spiegarono che ero riuscito a sopravvivere al disastro, in quanto una pattuglia della polizia municipale, composta da un uomo e una donna, in extremis, mi avevano caricato di fretta e furia nella loro auto di servizio in direzione per Bessina. Mi commuovo nel pensare che, nonostante la gravità della situazione, i due agenti non esitarono neanche un secondo a mettermi in salvo anziché tirare avanti, se non fosse stato per loro a quest’ora non sarei qui a scrivere questo racconto. Con entrambi sarò eternamente in debito.

Ora vivo a Copenaghen, a migliaia di chilometri di distanza dalla mia regione perennemente a rischio di fenomeni tellurici. Sono felicemente sposato con Anne e ho due figli, Erik e Susanne.

Qui non c’è nulla da temere.

  

 

 

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