La luce del tramonto filtrava dai finestroni sul lato dell’aula, si faceva largo in un oceano di pulviscolo scintillante e illuminava la vecchia cattedra in mogano, disegnando sulla lucida superficie un rombo sbilenco di sole. Il suo riflesso incorniciava la folta chioma canuta di Miss Penrose con un alone dorato mentre lei, dando le spalle alla classe, completava la scrittura di una lunga formula sulla lavagna.

Micherson udì i ticchettii sincopati del gesso prima ancora di aprire gli occhi. Si accorse di ricordare ogni cosa con precisione: i suoni, i volti dei compagni, la foggia degli abiti, perfino gli odori di quel caldo ottobre del 1964 gli parvero subito familiari.

Gran Dio! pensò, trattenendo a stento la voglia di balzare in piedi, nel suo corpo nuovamente diciottenne, e gridare a squarciagola. Ce l’ho fatta davvero!

 

- Ammettiamo che le soluzioni che ho disegnato sulla lavagna - stava dicendo la Penrose, mentre i suoi vecchi occhi grigi ammiccavano dietro allo spesso schermo delle lenti - siano tutte stabili nell’universo reale. Sapete immaginare, ragazzi, cosa potrebbe accadere?

Micherson lo immaginava, sì. Se l’era immaginato per tutta la vita, l’aveva fatto così a lungo che ora…

La voce della ragazza interruppe il flusso dei suoi pensieri: lui scosse la testa con forza e si concentrò sulla giovane che aveva parlato. Elize Brown, tre banchi più a destra nella sua stessa fila, aveva alzato la mano e parlava lentamente, con voce sicura. La sua voce vibrava come un’intera orchestra di violini suonati dalle onde dell’oceano; e anche se, dal suo peculiare punto di vista, non la udiva da oltre quarant’anni, gli parve che nella sua mente quella musica non fosse mai cessata.

- In linea del tutto ipotetica - stava dicendo la giovane, intrecciando nervosamente le mani sul corpetto candido che le stringeva la vita snella - un viaggiatore potrebbe attraversare un tunnel di Einstein-Rose e spostarsi in un altro universo, o in un altro punto temporale dello stesso universo.

 

Viaggi nel tempo? Ma dai… è una cosa impossibile! Questo è ciò che Mikerson aveva detto, quel pomeriggio del 1964. Lei si era girata a guardarlo, con i suoi meravigliosi occhi verdi che scintillavano di delusione e amarezza. E il resto… beh, il resto lui lo conosceva anche troppo bene. Ma il ragazzo, quel pomeriggio, non disse niente del genere: rimase invece in silenzio, come avevano fatto l’insegnante e gli altri compagni, lasciando che Elize proseguisse.

- Il viaggiatore potrebbe anche decidere di tornare sulla propria linea temporale e cercare di cambiare il proprio passato: ma credo che in questo caso, non lo so, si potrebbero verificare dei paradossi.

Mikerson si sentiva addosso gli sguardi di tutti, ma sapeva che era impossibile, che loro non potevano nemmeno immaginare che lì, davanti a loro, non si trovava più il loro compagno di studi del 1964, gretto e impacciato, ma il professor Gerald Mikerson, titolare del corso di fisica delle particelle al MIT fin dal 1997.

- Elize – domandò qualcuno – se uno torna nel suo passato, non correrebbe il rischio di incontrare se stesso?

- No – fece lei, voltandosi a guardarlo con un sorriso di superiorità – Vedi quelle equazioni lì, nella parte destra della lavagna?

- Quelle che affermano la circolarità della funzione spaziotempo rispetto alla conservazione della materia? – domandò Gerald a bruciapelo, stupendosi di come gli sembrasse strana la sua voce che usciva dal corpo di un ragazzo alle soglie dell’età adulta

Con la coda dell’occhio, vide la professoressa Penrose fare un salto sulla sedia. Anche Elize era impressionata, ma cercava di non darlo a vedere.

- Sì, beh, credo di sì, non so se queste sono le parole giuste. Ma il concetto è che nessuno può duplicarsi: un viaggiatore temporale finirebbe per…

- … per occupare il corpo che aveva nell’epoca che sta visitando. – concluse Mikerson, con sicurezza. Poi, senza che nessuno avesse il tempo di realizzare quello che stava succedendo, si alzò dal proprio banco e si avvicinò alla lavagna, continuando a parlare. - Effettivamente, la circolarità del campo spazio temporale è l’elemento chiave per la costruzione di un ponte di Einstein-Rose con una funzione di vibrazione stabile.

Il ragazzo prese il cancellino e spazzò via una buona parte delle formule che aveva scritto l’insegnante poco prima. La Penrose aveva voltato la testa per seguirlo, e ora lo guardava mentre prendeva il suo posto, in silenzio, con la bocca spalancata, domandandosi se quella mattina non si fosse dimenticata di prendere le sue pastiglie. Il professor Mikerson, nel corpo di se stesso diciottenne, afferrò un gessetto e lo soppesò fra le dita per qualche istante, come era solito fare nei primi anni del suo post-dottorato, per scacciare la tensione. Poi assunse il tono abituale delle sue lezioni e riprese a scrivere e parlare insieme.

- Consideriamo le variabili che regolano il contributo dell’energia alla stabilizzazione del flusso temporale in ogni punto del tunnel: se osservate il limite di questa parte della funzione, quando la velocità tende a c

 

La lezione andò avanti per tutto il resto dell’ora; la campana suonò, suscitando un’ondata di ricordi ed emozioni nella mente di Mikerson, ma lui non interruppe la lezione. Nessuno, nella classe, si era accorto che l’ora era finita. Erano tutti incantati da quell’inconcepibile trasformazione del loro compagno più svogliato e disinteressato, e dalla sua impeccabile lezione magistrale. La Penrose, dal canto suo, era troppo impegnata a ricopiare freneticamente su un improvvisato quaderno d’appunti quello che lui diceva, per pensare a qualsiasi altra cosa.

Con sistematicità e grande chiarezza espositiva, Gerald Mikerson riferì ai suoi compagni di corso i progressi dei successivi quarant’anni nel campo della fisica teorica, soffermandosi in particolare sul cuore del lavoro che l’aveva reso famoso: la fisica dei ponti di Einstain-Rose e la loro stabilizzazione ai fini del viaggio nel tempo. Parlava con estrema sicurezza, essendo consapevole che, in larga parte, gli argomenti che affrontava non appartenevano al campo della speculazione scientifica e al regno delle teorie: lui stesso era la prova vivente che quel che affermava era perfettamente realizzabile.

Con un angolo della mente si rese conto che, mentre parlava ai suoi compagni, stava in realtà lavorando per se stesso: la sua lezione trasferiva nel 1964 nozioni e concetti che sarebbero stati teorizzati solo decenni più tardi, e lui era fra i pochi che avevano avuto la possibilità di assistere alla sua stessa, imprevedibile lezione. Gli altri, lo sapeva bene, non avrebbero potuto approfittarne come avrebbe fatto lui nei prossimi anni: difettavano dell’esperienza diretta, della maturità e le conoscenze che gli anni di ricerca e di studio avevano dato al professor Mikerson. Se stava per diventare un genio, doveva dire grazie soltanto a sé stesso.

Ma c’era qualcos’altro che gli interessava molto di più, al punto da rendendergli difficile concentrarsi sulla propria lezione: lo sguardo rapito di Elize, il rossore che si andava diffondendo nelle sue guance, lo scintillio di ammirazione e di desiderio che le vedeva crescere, di minuto in minuto, in fondo agli occhi. Fra poco la seconda ora della professoressa Penrose sarebbe terminata e i ragazzi sarebbero usciti tutti insieme. Mikersone, quel giorno di tanti anni fa, aveva cercato di avvicinare Elize Brown e di parlarle, ma lei l’aveva squadrato dall’alto di un muro ostile di indifferenza, contro il quale si era infranto tutto il suo coraggio.

Mancavano appena dieci minuti alle quattro; il giovane si avviava alla conclusione della sua lezione, la prima di una lunghissima e sbalorditiva carriera, pregustando il momento in cui avrebbe di nuovo avvicinato la ragazza per invitarla a bere qualcosa. E stavolta, ne era sicuro, non sarebbe stato respinto.

 

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