Si arriva da una stradina stretta benché asfaltata e piuttosto trafficata. Dopo un valzer di curve per cinque chilometri, la villa compare, dapprima con ritrosia, seminascosta da alti alberi secolari. D’estate, un fugace scintillio ammicca per un attimo dalla vetrata del salone.
È come uno strizzar d’occhio.
Il viaggiatore che non abbia impegni pressanti è indotto a rallentare fino a fermarsi di fronte al massiccio portale in pietra, dal quale due putti senza pudore lo guardano curiosi. Di là c’è davvero un altro mondo. Le auto, seppur presenti, sono nascoste e cedono strada ai giardinieri o agli animali domestici che si muovono in una natura intatta.
La bella stagione nella città si mostra appena; uno scorcio di cielo azzurro e un caldo noioso. Qui, nel cuore della pianura padana, la primavera è davvero se stessa. Trionfa nei viali, parati a festa da una sinfonia di fiori. S’insinua maliziosamente lungo le rive di fossi gracidanti.
Svetta sulle punte degli alberi, con bacche rosse dolci che i bambini divorano come fossero caramelle.

Tutto ha le giuste proporzioni, in questa villa barocca. Dalle barchesse, che un tempo accoglievano decine di cavalli e vacche, alla sala da ballo, con i fantasmi di coppie in abiti settecenteschi che volteggiano intorno alla fontana (voluta dall’eccentrico costruttore proprio al centro del salone).
Se riesci a entrare, ti capiterà forse di ritrovare la qualità di un pensiero che si libera con leggerezza dalle redini della tua coscienza ipertrofica e vola via, imprendibile, come un palloncino rosso.

 

Da "Abito parole" (I live in words)
 

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