Le passavo vicino e pensavo: “Deve abitarci una famiglia di malati mentali in una casa dipinta
con un azzurro così orrendamente grigio”.
In effetti, la villetta anni ’60 di cui parlo è brutta anche per altri motivi. Provvista di un’alta
cancellata a sbarre, ha la tipica proporzione della casa bunker, priva di qualsiasi concessione
al piacere di vivere o di accogliere gli ospiti. Ad esempio, ha una grande terrazza disadorna,
senza piante, fiori, o un telaio di legno sul quale possano prosperare l’edera o la vite americana.
Sembra invece un punto di osservazione adatto a controllare l’eventuale arrivo dei nemici
(indiani, neri, o testimoni di Geova).
Nel giardino, disseminato di alberi alti e bassi senza alcun criterio, lo spazio è stato sfruttato
fino all’ultimo centimetro. Malgrado esistesse la possibilità di espandere l’erba ai lati della
casa, i proprietari preferirono limitare il verde a pochi metri quadrati, asfaltando il resto
della superficie disponibile, con il risultato di far assomigliare la casa ad una fabbrica. In
questa casa non umana ogni apertura è diligentemente difesa da serramenti pieni, ed è difficile
immaginare che la luce del sole possa penetrarvi. Da qui a fantasticare che si trattasse di una
casa dove si svolgevano attività criminali, il passo era breve.
Trascorsero alcuni anni.
Continuai a transitare davanti alla casa azzurra, convincendomi che il mio drastico giudizio
derivasse da una fantasia troppo fertile e piuttosto partigiana. Poi, improvvisamente, chi
abitava nella casa azzurra fu accusato di tentato sequestro e lesioni gravi ai danni di una
prostituta. Dopo qualche mese emersero dai suoi terreni molti cadaveri di donne uccise
durante rapporti sessuali di un sadismo estremo.

Il brutto azzurro della casa trovò infine la sua
perfetta e terribile giustificazione.

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