È un solido tavolo in legno di noce. Le gambe sono tornite e il bordo del piano ha una cornice scanalata che ne alleggerisce il disegno.

Alla fine dell'Ottocento si facevano così. Al centro del piano qualcuno ha collocato un vaso di ceramica bianco, con fiori dipinti tutt'intorno. Contiene esso stesso una quantità di fiori: rose, tulipani e gladioli di vari colori. Sul pavimento, perfettamente centrato sotto il tavolo, c'è un grosso tappeto persiano dai toni verde-azzurri. Sulla parete di fronte al tavolo si aprono due finestre simmetriche, tra le quali campeggia un dipinto, un ritratto in dimensioni naturali della padrona di casa. Sembra avere tra i venticinque e i trent'anni. Indossa una camicetta scura con il colletto di pizzo bianco e una sottile collana di perle. L'espressione è nobile e austera.

Si chiama Theresa. La sua voce si alza in un urlo acuto, che fa vibrare i vetri delle finestre e i bicchieri ordinati nella cristalleria. Lei non è lì. È nell'altra stanza, semi-sdraiata, in penombra. Ha appena incontrato uno dei suoi demoni e ora è molto spaventata. Si sente una voce più bassa, quasi sussurrata.

Un uomo cerca di rassicurarla. Le dice che va tutto bene. Che non deve aver paura. Che il brutto momento è passato. Apparentemente, si calma.

Dopo qualche minuto si sente il trillo di una piccola sveglia che segna la fine della seduta. L'uomo, che potrebbe chiamarsi Carl, si accomiata con una lieve stretta di mano, poi prende il cappello ed esce nella via.

La signora invece entra in cucina, dove la cuoca sta preparando un intingolo per pranzo. L'odore del cibo è buono, ma Theresa lo trova nauseabondo e senza riflettere fa una scenata alla domestica perché dovrebbe saper cucinare pietanze più raffinate.

In casa, nota parecchio disordine, e sporco. Eppure, non si vede un granello di polvere.

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