Tolse alcune camicie fresche di lavanderia dal cellophane e le mise nell'armadio, i completi di Alberto erano sistemati in bell'ordine. Era un uomo elegante e pieno di fascino, sempre impeccabile, mai trasandato. Non usciva di casa senza giacca e cravatta, nemmeno in estate, e nel tempo libero amava comunque vestirsi bene. Pochette nel taschino, orologio di prestigio, ben rasato e fresco di dopobarba. Un uomo dallo stile d'altri tempi, cosa che contribuiva ad alimentare la sua attrattiva. Molte donne gli avevano fatto la corte, Clara da giovane ne era stata gelosissima. Anche se lei non aveva niente da invidiare alle più belle ragazze della città, con la sua silhouette esile e l'incarnato chiaro, vedere le altre che facevano le smorfiose con lui la faceva imbestialire. Ma alla fine Alberto, con un savoir-faire da divo di Hollywood, la tranquillizzava sempre dicendole che lui amava lei e lei soltanto. Così, da moglie di uno degli uomini più desiderati, alla fine si pavoneggiava camminando al suo braccio ogni volta che uscivano insieme.

Mettendo le camicie nell'armadio Clara notò che ne mancavano parecchie, almeno una decina, e anche tre completi. Probabilmente Alberto, dato il caldo infernale di quei giorni, aveva preferito essere prudente e portare più cambi. Mancavano anche alcune cravatte e due coppie di gemelli, ma Clara non gli dette molto peso. Sapeva che era un uomo impeccabile per cui non se ne meravigliò più di tanto. Chiuse la finestra e stava per uscire dalla stanza quando, passando davanti allo specchio, nella penombra, vide la sua figura riflessa. Nonostante i suoi cinquantatré anni aveva ancora un bel corpo. Abbastanza tonico, anche se con qualche chilo di troppo, e non troppa cellulite. Il seno era quello che aveva patito di più dalle due gravidanze, ma fortunatamente la pelle era rimasta elastica senza subire smagliature. Si domandò se Alberto amasse ancora quel corpo come quando erano giovani, come quella notte sotto la quercia. Non facevano più l'amore molto spesso, anzi negli ultimi mesi era capitato davvero di rado. Era successo più di una volta che lei prendesse l'iniziativa e lui la rifiutasse, dando la colpa alla stanchezza, però le volte in cui si trovavano era sempre bello. Ormai conoscevano molto bene i reciproci punti deboli e i pulsati da premere per accendere il piacere. Sapeva di amiche che, invece, non avevano più una vita intima con il marito e nemmeno gli mancava, lei invece ne sentiva ancora il desiderio ed era felice che con Alberto quell'aspetto fosse sempre vivo e soddisfacente.

Il resto della giornata passò alla svelta, tra l'allegra frenesia dei ragazzi e l'afa pesante. Clara aveva trascorso gran parte del pomeriggio a sistemare casa, verso le cinque poi aveva cominciato a preparare la cena. La ricetta in realtà non era difficile, ma aveva voluto fare con calma per non sbagliare qualcosa. Aveva anche fatto in tempo a preparare una buona macedonia fresca da abbinare con il gelato alla vaniglia, che non mancava mai nel freezer. Alberto avrebbe dovuto essere a casa per le sette o poco più. Apparecchiando la tavola, aggiungendo finalmente il quarto piatto, aveva prestato la massima attenzione. Acqua fresca già nella brocca, vino stappato per far prendere aria e tovaglioli di stoffa. Era tutto pronto.

Arrivarono le otto e Alberto non era ancora tornato. Alle otto e mezzo Fabio e Andrea si misero a tavola e cenarono, non aveva senso farli aspettare oltre, oltretutto era venerdì e avevano i loro impegni. Preoccupata Clara aveva già mandato un paio di messaggi al cellulare del marito, senza nessun esito, e se telefonava trovava il telefono non raggiungibile. Poco dopo le nove i ragazzi uscirono e lei rimase sola con la sua angoscia. Due ore di ritardo non erano molte, ma la mente di Clara non poteva fare a meno di immaginarsi scenari terribili. Le venne in mente di chiamare qualche collega di Alberto, ma non aveva i numeri dei cellulari e gli uffici della sede, ormai, erano chiusi. Allora pensò di provare con gli ospedali, ma non aveva idea della strada che avrebbe fatto per tornare a casa né a che ora fosse partito. Sapeva solo che era stato a Roma, stop. In un impeto di rabbia prese il telefono e provò ancora a chiamarlo, niente.

«Accidenti a te!» disse, riferendosi sia al telefono che ad Alberto. Perché non l'avvertiva mai quando si metteva in macchina? Adesso poi, con i cellulari, era quasi impossibile non rimanere in contatto. Ed ecco ancora quella sensazione di fastidio e sconforto, prima assopita e ora tornata in tutta la sua prepotenza.

Clara stava per provare ancora una volta, quando sentì squillare il telefono di casa. Svelta si precipitò a rispondere.

«Pronto?» l'ansia le fece alzare un po' il tono della voce.

«Ciao, sono io.»

Clara sentì giungerle calda la voce di Alberto e tirò un sospiro di sollievo. Lo aveva immaginato accartocciato su un guardrail o sotto un tir, adesso almeno sapeva che era vivo.

«Alberto ma dove sei? Stai bene?» si affrettò a chiedergli.

«Sì, sto bene» rispose lui, asciutto.

«Ti aspettavamo più di due ore fa, cosa è successo? Ero preoccupata da morire. Non riuscivo a chiamarti, i messaggi non ti arrivavano, ho pensato di tutto.»

«Sì, scusami, avevo da fare.»

«Lasciamo stare dai» sospirò Clara, sollevata. «Piuttosto a che ora torni?»

«Non torno Clara.»

«Non ce la fai stasera? Ti hanno trattenuto a Roma?»

«Non sono a Roma, sono a Torino.»

«Ti hanno spostato?»

«No, sono sempre stato qui» la voce di Alberto era diventata più dura, distaccata.

«Non capisco, mi hai detto che andavi a Roma...»

«Clara ascoltami» la interruppe Alberto. «Non è che non torno a casa stasera, non torno a casa più.»

Quelle parole lasciarono Clara prima interdetta, poi impietrita. Non sarebbe tornato più. Non era a Roma, era a Torino e non sarebbe tornato più. Clara scosse il capo e si riprese da quello che aveva sentito.

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