C’era una volta un regno senza nemici. Era governato da un re molto compreso dai suoi doveri. I più illuminati dotti avevano provveduto affinché ricevesse la preparazione più completa per il gravoso compito al quale doveva attendere ogni giorno.
Non aveva avuto gioventù: chiuso nell’avito palazzo, aveva dedicato gli anni migliori della sua vita alla conoscenza dei problemi del suo popolo. Mai unafesta che desse alla sua figura un’aureola di regale esuberanza e raramente un’apparizione pubblica per dare carisma al suo volto. Con un editto aveva donato la maggior parte delle ricchezze della casa reale alla protezione degli indigenti e alla cura degli ammalati.
Aveva elaborato soluzioni per garantire uno sviluppo armonico del regno che fosse coerente con la sua storia e compatibile con le sue risorse.
Affermava, non senza superbia, che, grazie al suo senso dello stato, tutti possedevano una casa, un lavoro e le carceri, erano semivuote.
Nel silenzio e nel segreto aveva creato un piccolo esercito ben addestrato e ben armato. Coerente con l’ansia di proteggere aveva infranto l’antica tradizione di ripulsa delle armi.
Un giorno, volendo verificare di persona lo stato dell’arte, si travestì e si perse tra la gente.
Scoprì così che la sera nessuno usciva da casa non per paura, ma per disaffezione verso le relazioni sociali.
Vide con angoscia città deserte in cui si respirava un’aria cupa d’isolamento ed egoismo nonostante i generosi finanziamenti per la tutela delle tradizioni e le norme per la conservazione degli usi e costumi locali.
Rilevò che non esisteva dialettica culturale. Tutti si attenevano alla severa procedura che aveva promulgato per difendere i giovani da un’informazione faziosa e da dottrine sovversive. I controlli
della cancelleria reale erano molto severi in proposito. Dov’era finita l’antica passione per il confronto e la discussione che tanta ricchezza aveva dato in passato al sapere del popolo?
Sconvolto rientrò a palazzo: dove aveva sbagliato, che cosa non aveva fatto per raggiungere quei risultati? Soprattutto perché, perché, si chiedeva, il suo popolo non aveva fatto propria l’ambizione di una vita e una società perfetta?


 

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