I bar di provincia sono luoghi senza tempo e senza spazio, immersi nella luce afona dei neon che rimbalza su banconi fintamente marmorei, corrosi da mani incuranti e sorrisi usati di una cortesia becera quanto falsa.

Appoggiati ad uno di essi due tizi urlavano all’aria indifferente, travestista da barista stanco, i loro proclami:

“Bisognerebbe buttare addosso a quei barconi carichi di feccia immonda un paio di bombe tirate bene, e poi vedresti come non ne arriverebbero più! Ecco la soluzione! Ne affondi un paio e il problema è risolto! Se ne stanno a casa loro quei sudici che ciondolano nelle nostre strade e bisogna anche pagargli il vitto e l’alloggio!” diceva uno.

E l’altro di rimbalzo, a voler scendere quasi forzatamente un altro scalino verso l’ignoranza:

“Lo dico sempre io! Che si stava meglio quando c’era “Lui”! Tutti su un treno con le giacchine a righe e il simbolino cucito e via andare! Una bella gassata e problema risolto!”

Vittoria stava finendo di bere il suo caffè, dopo le solite otto ore abbondanti di lavoro che non bastavano mai per arrivare a fine mese, e aveva sentito tutta la conversazione senza distogliere lo sguardo dal suo angolino di serenità, che si regalava ogni sera prima di tornare a casa dal suo bambino.

Posò la tazzina, alzò lo sguardo e disse:

“Scusate signori...”

I due si voltarono sentendo l’esile voce femminile che chiedeva la loro attenzione.

“...una sola domanda. Come fate ad essere così sicuri che, nella vostra vita, non vi debba toccare mai di trovarvi su un barcone contro cui vengono tirate delle bombe? E, perdonatemi, come fate ad essere così sicuri che, qualora tornasse uno come “Lui”, non siate voi ad avere la casacca a righe col simbolino cucito? Come fate ad essere così sicuri che non vi trovereste dalla parte ‘sbagliata’ con un biglietto di sola andata per l’inferno?”

I due la guardarono, improvvisamente muti.

Vittoria pagò il suo caffè, ringraziò il barista, sorrise rivolta ai due signori e uscì.

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