Mi chiamo Rio e ho vent'anni. Sono nato e cresciuto per metà della mia vita a Morro do Salgueiro, una della Favelas più rinomate di Rio de Janeiro, nella zona nord, vicino alla foresta di Tijuca.
Laggiù la vita non era male. Giorno e notte c'era sempre la samba come sottofondo. Sui viottoli impolverati le bambine ancheggiavano e muovevano i loro sederi a ritmo di musica, fino a che non diventavano pronte a fare lo stesso sulla strada.
Mio padre morì quando io avevo solo tre anni, di lui non ho avuto mai nessuna foto e neppure un ricordo. Mia madre ha sempre detto che la colpa era stata delle sigarette, mio padre invece è morto di cancro ai polmoni per colpa di quel cazzo di tetto in Eternit che avevamo sulla testa.
Ahimè non posso lamentarmi, Io almeno un tetto, se così vogliamo chiamarlo, ce l'avevo. Forse non la penserò così quando scoprirò di avere anch'io il cancro ai polmoni - mi dicevo sempre in quei rari momenti di sconforto - ma qui, ogni singolo giorno che passi in vita può considerarsi un miracolo. Ho sempre preferito vivere alla giornata e pensare solo al presente. Qui da noi il futuro non esiste!
La mia infanzia l'ho trascorsa nelle strade fetide e piene d'immondizia del mio bairro, a giocare scalzo a palla con i miei coetanei oppure a fare a botte con i più grandi della periferia vicina. Tornavo a casa molto spesso con gli occhi neri per i pugni presi, i lividi in ogni dove e il sangue che scorreva dal naso o dal labbro.
Mia madre non faceva mai caso alle mie ferite. Aveva sempre vissuto nella Favelas, era talmente abituata alla violenza che neppure il sangue e gli occhi tumefatti del suo unico figlio sembravano turbarla.
L'avevo vista piangere solo tre volte. Quando era morto papà, poi durante l'alluvione che uccise Catarina (la mia sorellina morta all'età di quattro anni quando io ne avevo dieci) e prima della sua stessa morte. All'epoca avevo undici anni. Per voi sarei potuto sembrare un bambino come tanti altri ma quando vivi a Rio de Janeiro, in una baraccopoli per giunta, a undici anni non sei più bambino. A dire il vero qui non lo si è mai! Sin da piccoli per sopravvivere, bisogna essere in grado di imbracciare le armi, rubate per giunta.
Quel giorno non lo dimenticherò mai.
José, uno dei miei compagni di giochi che aveva da poco compiuto quattordici anni, sorvegliava l'ingresso di Morro do Salgueiro. Era giovane e inesperto, un piccolo pescetto in un oceano pieno di squali, ovvero gli uomini del narcotraffico. Fu il primo a beccarsi una pallottola in fronte. Vidi il suo corpo accasciarsi al suolo senza vita, gli occhi vitrei, sbarrati dopo aver visto la morte ad un palmo dal naso. Seguirono altri spari e per ogni pallottola vagante ci scappava un morto. Bambini, uomini, donne o anziani... nessuno faceva differenza.
Dinanzi alla droga solo Dio è onnipotente ma a quanto pare anche Lui ne ha fin sopra i capelli di tutti noi. I "favelados" sono solo un peso per il governo che sembra ignorare completamente la nostra esistenza. Lo siamo anche per la Chiesa: neppure i preti sono disposti a rimetterci i peccati, preferiscono dire messa ai ricconi della capitale e imbottire di fottute pillole di saggezza gli ipocriti anziché i bisognosi.
L'ultimo proiettile sparato quel giorno colpì mia madre. Le perforò l'addome e nonostante avessi cercato in tutti i modi di fermare l'emorragia, il sangue uscì copioso, denso e bollente. Lei non disse una parola, non emise neppure un lamento. Si limitò a guardarmi dritto negli occhi per tutto il tempo, temendo forse che se non l'avesse fatto, nel posto dove stava per andare, si sarebbe presto dimenticata di me. Dopotutto mi voleva bene ed era stata costretta ad ancheggiare sulla strada, anche lei a ritmo di quella maledetta samba, e a vendersi per darmi da mangiare.
Sul terreno dinanzi alla nostra capanna di lamiera ben presto si formò una pozza di sangue.
Mamma era morta ed io ero solo.
Non piansi.
Io non ho mai pianto in vita mia perché gli uomini non piangono e perché piangere non serve a niente.
Raul, il capo dei narcotrafficanti di una Favelas posta nei pressi della Foresta di Tijuca , fu colpito dal mio sangue freddo e dal fatto che non avessi versato neppure una lacrima dinanzi alla morte della donna che mi aveva messo al mondo.
-“Niño! ¿cómo te llamas?”
-“¡Rio!” risposi orgoglioso come mi era stato insegnato da mia madre.
-“¡Vienes conmigo!”
Quel giorno fui, per così dire, adottato da lui.
Raul divenne il mio modello d'ispirazione, il mio modello di vita. Passai tutti gli anni dell'adolescenza bramando di diventare come lui: forte, potente, spietato, ma rispettato da tutti.
Mi insegnò ad imbracciare il fucile e a tenerlo in spalla come se fosse uno zaino leggero, e ad uccidere.
Mi insegnò ad utilizzare il gergo dei narcotrafficanti e mi insegnò la sua “legge”: niente pietà per i traditori e solo la droga, quella buona, contava.
Divenni il suo numero uno, il “Diablo”.
Ma è proprio per colpa della polvere bianca se oggi mi ritrovo in questa maledetta situazione.
Come corriere della droga non ero proprio il massimo, finivo sempre per non consegnarne tutto il pacco perché un terzo me lo sniffavo io. Ero ormai dipendente, schiavo di quella merda, un drogato. Cominciarono così le prime percosse, le prime ossa rotte e le vertebre incrinate. Raul mi aveva ammonito, se continuavo di quel passo:
“Hijo de puta! Te obligas a la silla de ruedas!” [N.d.A.: Figlio di puttana, ti costringo su una sedia a rotelle]
Venne il 28 febbraio.
 Quel giorno iniziava il Carnevale e a Rio de Janeiro le strade brulicavano di gente, di turisti ai quali sottrarre orologi, portafogli, collane di oro, fotocamere e altre sciccherie tecnologiche di ultima generazione.
Ma certo non mi interessavano gli scippi. Io ero “il diavolo”, non avevo paura di nessuno né tanto meno della polizia.  Mi allettavano i grossi bottini delle abitazioni del bairro di Copacabana.
Quando iniziò la sfilata dei carri mi intrufolai in una villa, pronto a far man bassa di ogni ben di dio, ma -accidenti - mi trovai davanti il proprietario. Fui costretto ad ucciderlo e in teoria avrei dovuto fare lo stesso anche con la prostituta che quel vecchio porco si era portato in casa. Decisi di chiudere un occhio e intimai alla giovane ragazza di scappare via.
Fu allora che mi innamorai di Stella, fu allora che vidi per la prima volta le mie mani sporche di sangue, sangue per lo più innocente, fu allora che desiderai scappare via da Rio de Janeiro.
“Vienes conmigo!”
“No puedo, Rio! Esta es mi vida!” mi disse Stella con le lacrime agli occhi dopo una lunghissima notte d’amore.
La amavo alla follia, nonostante sapessi di non essere suo al cento per cento, o meglio io lo ero, era lei a non essere mia, ad essere di tutti. Volevo salvarla dal suo destino, volevo salvare entrambi e per la prima volta nella vita pensai al significato della parola "futuro".
Volevo un futuro, volevo vivere e potevamo farlo solo andando lontano.
Ero pronto a rinnegare le mie origini, il mio passato. Era come se fino a quel momento avessi dormito e sognato, anche se sarebbe stato meglio definire la mia vita un incubo e non un sogno. L'eccitazione che avevo provato sino ad allora durante le mie nefandezze era andata scemando poco alla volta fino a sparire del tutto. L'adrenalina l'avevo bruciata tutta, non ce n'era più in nessuna cellula del mio corpo.
Da Raul però non scappa nessuno. Raul ha sempre avuto occhi e orecchie in ogni dove.
 Raul seppe di Stella lo stesso giorno in cui io proposi a lei la fuga, e il giorno dopo di lei non c'era più nessuna traccia. Tiago, uno dei ragazzi di Morro do Salgueiro che era stato reclutato da Raul insieme a me, mi disse di aver assistito personalmente alla morte di Stella: Raul l'aveva sfigurata prima con l'acido e poi sotterrata. Non volle dirmi dove, per paura che io cominciassi a scavare buche su tutto il terreno di Rio de Janeiro.
Non l'avrei mai fatto! Se davvero Stella era morta, io non avrei mai potuto fare niente per cambiare la carte in tavola. Quella era la vita, quella era la mia vita, la vita di quelli come me.
Ormai ero spacciato, senza via di fuga.
Avevo contro Raul e tanto bastava a farmi sentire morto anche se non lo ero ancora. Era questione di giorni, ore, persino attimi.
“¡Qué decepción, mi querido Rio!”  [ N.d.A.: che delusione, mio caro!]
Raul mi chiese dei soldi, quelli che secondo lui gli dovevo. Un arretrato per i nove anni che avevo passato al suo fianco, per i nove anni durante i quali lui mi aveva insegnato ad essere il diavolo, nove anni durante i quali mi aveva sfamato e dato una possibilità di vita. Era troppo tardi per riscattarmi, per riscattare la mia anima.
Feci dunque quello che avevo sempre fatto, quello in cui ero bravo: uccisi, rubai e mi procurai il denaro. Raul era spietato ma se gli avessi consegnato il denaro, forse sarei stato libero.
Mi incamminai verso il posto da lui stabilito, con lo zaino colmo. Era notte fonda e nel cielo buio di Rio de Janeiro brillavano le luci, parevano stelle di un piccolo presepe. Fu allora che inconsapevolmente espressi il mio ultimo desiderio:
“Que Dios me ayude!”

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