Mentre l’autobus la sballottava lungo la strada che la portava al lavoro, Giuliana si sentiva, né più né meno, come tutte le altre mattine.
Si portava appresso il consueto torpore dei pendolari, che cercava di smaltire rubacchiando qualche attimo di sonno lungo il tragitto, standosene seduta un po’ di fianco e con la testa china.

Sapeva di dover sbrigare una montagna di lavoro ed era rassegnata a passare la sua giornata tra le scartoffie che continuamente arrivavano sulla sua scrivania. Erano sempre numerose e certi giorni le era negato anche il sollievo di quella sorta di bevanda che, pomposamente, il distributore automatico indicava come “caffè espresso”.

Ma quella mattina le cose non andarono come di consueto. Arrivata a destinazione aprì la porta del suo ufficio e, come al solito, si diresse verso l’attaccapanni per appendere il soprabito, senza guardarsi intorno. Quando si girò, restò immobile per un attimo: sulla scrivania c’era un ingombro di notevoli dimensioni.

“Che sarà mai?” si domandò. Tolse il telo che lo copriva e…

…apparve un computer.

Forse si sbagliava ma le sembrò che “il mostro” la guardasse beffardo. Sembrava provocarla dicendole: “Vediamo ora che fai!” E che poteva fare la recalcitrante Giuliana? Glielo avevano messo sotto al naso.

Lo accese e lo guardò di sottecchi, con malcelata rabbia, perché secondo lei, da quel monitor traspariva soddisfazione. Da persona pratica si disse: “Bene, cara mia... adesso non hai più scuse.”

Non aveva mai voluto saperne di abbandonare la sua cara Aurora con il pennino d’oro, regalo di laurea, per passare alla tastiera. Aveva resistito con tenacia a tutti gli attacchi che le arrivavano da più parti, ma ormai si sentiva un topo in trappola. Si rese immediatamente conto che se voleva continuare il suo lavoro, senza perdere prestigio, doveva necessariamente fare i conti con il progresso tecnologico.

Se avesse rifiutato ancora il computer sarebbe diventata, a pieno titolo, lo zimbello di tutti.

A questo pensiero si girò verso l’ospite invadente, come se parlasse a tutti i suoi dipendenti, e gli dichiarò guerra: “Vedremo chi vincerà!”

La lotta si presentava aspra. Provò timidamente a familiarizzare con il nuovo ospite. Avrebbe voluto fare le cose per bene, ma apriva tante di quelle finestre contemporaneamente che il PC si bloccava. Allora veniva presa da forti attacchi di nostalgia per la sua penna, ma sapeva di non potersi arrendere e, mogia mogia, chiamava Mauro, il tecnico di laboratorio che con due o tre clic rimetteva tutto in funzione. Che rabbia! Come faceva Mauro a dominare così bene quella macchina diabolica?

“Presto imparerà anche Lei, perseveri” e la lasciava nel suo mare di guai.

Quando succedeva questo si prendeva qualche minuto di pausa, salutava Rompino, così lo aveva chiamato, dicendogli “a dopo”, in tono di sfida, e andava a prendersi quel sedicente “caffè espresso”. Usciva dall’ufficio e si dirigeva verso il distributore senza guardarsi intorno. Non voleva vedere le facce sorridenti del personale di segreteria che, certamente, stava ridacchiando alle sue spalle.

Doveva rassegnarsi e accettare la triste realtà e doveva anche cercare di rinunciare al caffè quando le cose andavano storte altrimenti sarebbe diventata una caffeinomane. Bisognava trovare un compromesso. Decise che ci avrebbe pensato dopo aver sbrigato il lavoro della giornata.

Suonò il campanello, entrò la segretaria. Le disse che non voleva essere disturbata. Aprì il cassetto della scrivania, prese la sua Aurora e un foglio di carta e scrisse ciò che doveva, poi lo diede in pasto a Rompino.

Quando andò a rileggere, si accorse di aver dimenticato di scrivere qualcosa nella comunicazione diretta agli studenti e… “s'illuminò d'immenso”

Un ampio sorriso le si stampò in faccia, mandò un bacio a Rompino, aggiunse ciò che mancava, stampò il foglio e tutta gloriosa lo portò in segreteria perché provvedessero a diffondere la comunicazione.

… e Aurora? Giuliana si accomiatò da lei, la ripose nel suo astuccio originale e la mandò in pensione. 

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