Francesco mi aveva lasciata in un parcheggio sulla statale sessantatré: poche parole che avevano lacerato il mio cuore come una spada di Damocle, inesorabilmente precipitata su di me. 

«Piccola – era solito chiamarmi così - lo so che è triste, anch’io sto male, ma non possiamo più andare avanti in questo modo. Sei intelligente, cerca di capirmi.»   

Lo avevo visto allontanarsi ed era lui a diventare sempre più piccolo, fino a quando con la sua auto era scomparso all’orizzonte. 

Era l’estate più calda della mia vita. Dormire la notte era impossibile, specialmente dopo quanto era accaduto. 

Il pensiero andava sempre a lui, al mio Francesco, a quando la sera facevamo interminabili passeggiate lungo l’argine del fiume. 

Uno accanto all’altro, respiravamo l’odore intenso dell’acqua che gonfiava i polmoni, un’essenza vitale per alimentare il nostro legame. 

Ora erano rimaste le altre coppie lungo l’argine del fiume, sembravano felici come sicuramente lo eravamo stati anche noi. 

Con il giorno, nelle strade del centro l’afa era insopportabile. Mentre sentivo il sole battermi a picco sulla testa, cercavo un parco dove trovare ristoro all’ombra di qualche castagno o dei pini.

Ma non esisteva nessun sollievo in grado di guarire la ferita che permaneva nel mio cuore. Il caro viso sorridente di Francesco era sempre davanti ai miei occhi.

Poi giunse l’autunno, con la morte impressa in ogni componente della natura, che sembrava aver perso la vita a causa della calura estiva. 

Le foglie gialle e accartocciate cadevano lungo la passeggiata delle Mura; il terreno dei giardini era rigido; la nebbia al mattino avvolgeva in un abbraccio ogni cosa, nascondendola. Fino a novembre, il mese in cui vengono a chiamarci dal loro mondo i morti. 

Solo l’amore può aiutare a superare le grige giornate d’autunno, ma per me l’amore si era concluso, perso sulla statale sessantatré. 

Il ricordo di Francesco era ancora vivo nella mia memoria, come anche la triste sensazione della mancanza, ma sentivo che l’affetto si stava tramutando in risentimento. Non si può soffrire per tutta la vita, a un certo momento si deve reagire per non impazzire dal dolore. 

Passeggiando lungo le Mura, vedevo spesso una ragazzina seduta sempre sulla stessa panchina. Si metteva a piangere da un momento all’altro, senza una ragione. 

Chi prova un dolore simile ha spesso affinità emotiva, una sorta di telecinesi: io sentivo che quella ragazzina soffriva della mia stessa disperazione, ma non avrei mai avuto il coraggio di avvicinarmi a lei. 

Se avessi avuto la possibilità di parlarle, le avrei detto quanto era importante per me, perché in lei contemporaneamente mi rispecchiavo, ma riconoscevo anche tutto quanto non volevo più essere. 

Con il freddo pungente di un terribile inverno, la ragazzina probabilmente decise di rinunciare alle sue passeggiate in città. La immaginavo chiusa nella sua stanza, mentre continuava a rimuginare sulle ragioni del suo amore perduto.

Nel mio caso, invece, il freddo aveva avuto un effetto benefico. Mentre mi insinuavo nella folla per evitare il vento ghiaccio, come chiusa tra due muri, riuscivo finalmente a metabolizzare quale terribile malvagità aveva commesso verso di me Francesco. 

Dovevo smetterla di amarlo: chi ti ha abbandonato non merita il tuo perdono e nemmeno di essere ricordato, se non con tono di biasimo.   

Sembrava rimanere in me solo un odio profondo ed ero felice di non averlo più visto. Ma nella parte più nascosta della mia coscienza, si faceva strada una tenue voce stranamente determinata a sostenere che sarei tornata da lui se mi avesse cercata. 

Tutto questo chiaramente non avvenne.

Alfine arrivò la primavera, che con i suoi profumi intensi e variegati, con fiori ovunque, nei prati e sugli alberi da frutto, risollevò il mio spirito tanto provato nei mesi precedenti.     

Adesso con il bel tempo ero solita trascorrere le ore del pomeriggio lungo via Pascoli, non troppo distante dalla statale dove avevo visto Francesco per l’ultima volta. Lungo il marciapiede era stata piantata alcuni anni prima una lunga fila di aranci, che con le loro zagare emanavano un effluvio talmente gradevole da affascinare le narici. 

Un giorno lo intravvidi proprio a fianco della fila di alberi da frutto. Non potevo essermi sbagliata, non di certo su di lui: dopo tanti mesi rivedevo Francesco. Iniziai a seguirlo da lontano, senza pensare minimamente se quel comportamento era giusto. 

Tutt’a un tratto, i buoni propositi maturati nelle settimane precedenti erano svaniti dalla mia mente. Non pensavo più né al mio orgoglio, né a guardare in faccia la realtà. Quella voce tenue ma insistente adesso aveva preso il sopravvento e, contro la ragione, mi diceva di non dimenticare chi mi aveva fatto tanto male. 

Fui brava: non furba, ma brava, che è ben diverso. Riuscii a seguirlo fino al tramonto a debita distanza, senza che si accorgesse di me. Non era mai stato un tipo troppo sveglio.

Stava per sopraggiungere la notte, quando la luce soffusa preannuncia l’imminente comparsa delle stelle. Tra le ombre si potevano ancora scorgere le forme. 

Fu allora che decisi di manifestare la mia presenza. Francesco mi sentì ringhiare alle sue spalle e si girò. Furono pochi attimi, ma percepii chiaramente il terrore nei suoi occhi. 

Forse nei mesi precedenti aveva dimenticato tutto, per proseguire a vivere in modo sereno, senza pesi sulla coscienza; ma in quel momento ricordò cosa mi aveva fatto e capì che io ero lì per vendicarmi di lui.

Lo assalii stringendo la sua gola tra le mie zanne, con tutta la forza di cui è capace un cane di oltre quaranta chili. Non doveva abbandonare la sua piccola, solo perché era cresciuta troppo.   

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