In breve, il test si svolge così: si mette una macchina e un uomo, ognuno collegato a una tastiera, con un giudice umano che pone ad entrambi le stesse domande su qualsiasi argomento. Non possono essere visti dal giudice, che, basandosi sulle risposte, dovrà tentare di capire chi è l’automa e chi è l’essere umano.
Se il computer riesce a ingannare il giudizio umano, si potrà autenticamente definire intelligente.

Arrivò il bel giorno in cui Charlye superò questo test.
Se per Billy non fosse stato un grosso trauma, potremmo tranquillamente sorridere dello svolgimento della prova.

Il nostro si era prestato a fare la parte dell’umano nel test, e il risultato potrebbe sembrare assurdo: Billy era stato individuato come automa dal giudice umano, mentre Charlye, a detta del giudice, era chiaramente un essere umano.

La cosa era ridicola, ma Billy si giustificò con se stesso:
“Per trent’anni mi sono occupato di procedimenti ripetitivi, standardizzati, algoritmi e programmazione. Praticamente, senza rendermene conto, ho ragionato come un automa.”

Si toccò il cuore: batteva. Pensò a Melanie e la felicità gli piombò addosso e lo sommerse.
“Sono ancora un uomo”, disse a voce alta.
Qualcuno doveva pur dirglielo, dopo una simile beffa.
Poi fu contento: “Ho fatto proprio un bel lavoro”, si disse.

Ma non si decideva a metterlo sul mercato: mancava ancora una cosa, la capacità d’amare.

Un po’ d’anni dopo, il robot provava gratitudine per le attenzioni, era capace di provare simpatia, ma un sentimento grande come l’amore ancora non era alla portata dei suoi circuiti.
È facile capire il perché: l’amore, per l’uomo, è un corto circuito che conduce spesso ad agire nel modo più illogico.
Difficile programmare una forma di pazzia: essa è imprevedibile, quindi per definizione non programmabile. Altrimenti sarebbe solo simulazione.

Comunque, l’affetto che provava per il figlio di Billy era ormai autentico; il divertimento che dimostrava nel giocare col cane Cico pure.

Billy pensò che, se l’avesse messo in grado di sognare, di entrare in fasi REM — dove la logica è out — forse allora Charlye avrebbe provato l’amore.

Le fasi REM sono le fasi del sonno paradosso, e si ripetono per circa cinque minuti a intervalli di due ore di sonno.
Sono così dette come acronimo di Rapid Eye Movements: infatti, in quella fase concitata, sotto la palpebra chiusa l’occhio si muove rapidamente per seguire il “filmato” del sogno.

Blade Runner, si sa, è un film basato su un racconto di Philip K. Dick: Gli androidi sognano pecore elettriche?
E la domanda che William si poneva era, in pratica, la stessa.

Charlye era un grande conversatore, un erudito pungente, acuto e dotato di una buona dose di umorismo. Alle feste gli amici e le amiche di Billy facevano a gara per accaparrarselo, e quando avevano una controversia su un argomento chiedevano a Charlye di risolvere la cosa col suo parere autorevole.

Oltre ai più avanzati algoritmi, il robot conteneva nella sua memoria l’intera Enciclopedia Britannica.

Giocare a carte, a Stratego, a Battaglia Navale o al più tradizionale Monopoli erano attività usuali per Charlye, che era anche programmato, in questi casi, per sbagliare ogni tanto: altrimenti non ci sarebbe stata partita.

Billy, poverino, non era più il re delle feste in casa sua. Faceva una battuta, ma si accorgeva che Charlye ne aveva fatta una migliore…
Affrontava un argomento — la sua era una cultura umanistico-scientifica vasta, e la sua acutezza mentale era quella di un genio — ma appena finito di parlare, puntuale, immancabile, arrivava il pensiero: “Ora Charlye mi correggerà!”

E gli amici trattavano Charlye con un’affabilità che con lui non avevano mai avuto.

Un bel giorno Jay arrivò con il quaderno di matematica in mano.
«Papà, mi spieghi questo passaggio? Non capisco come si arriva da qui a qui.»

Billy si illuminò. Era felice che il figlio si rivolgesse a lui: finalmente l’occasione di mostrare ancora una volta la sua abilità con le formule.
Prese il foglio, guardò il teorema, fece un rapido schizzo su un altro foglio.

Ma qualcosa non tornava.
Provò a invertire due passaggi, poi a riscrivere la formula in un altro modo. Niente. La mente, di solito rapida come un processore, sembrava inceppata.

Jay lo osservava.
«Papà… ti dispiace se chiediamo a Charlye?»

Billy fece un cenno vago, come a dire “fate pure”.

Charlye arrivò, prese il foglio, lo guardò appena.
«Vedi, Jay: qui è stato invertito un passaggio. Prima va fatto questo… e come conseguenza il risultato arriva liscio come l’olio.»

«Sei un mito!» gridò Jay, battendo il cinque all’automa.
Poi, rivolto al padre: «Non prendertela, papà… col tempo ci si arrugginisce un po’. Meno male che c’è Charlye!»

«Mamma, hai visto? Charlye è un drago!»

Billy non disse nulla. Sentì solo un nodo in gola.
Si alzò lentamente, uscì dalla stanza e tornò nel laboratorio.
Non accese neppure la luce.
Si sedette in un angolo, con le spalle al muro.

E pianse.

 

… continua

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