Giulio aveva un dono: sin da piccolo, aveva mostrato un’inclinazione particolare a risolvere i problemi cercando soluzioni e non colpevoli da punire.

I primi a restare sconvolti dagli atteggiamenti di Giulio erano stati i suoi genitori, che si erano preoccupati non poco per lui: i pianti infantili erano stati una rarità, le crisi adolescenziali inesistenti… 

Laureatosi in un battito di ciglia in Filosofia con una tesi sul rasoio di Occam, lavorò da subito all’Università e poi si sistemò come insegnante in una scuola media statale e come counselor filosofico. 

Anche se la Filosofia non era una materia di studio nella scuola media, i progetti extracurricolari che si potevano attivare erano tanti… E tanti furono gli insegnamenti maturati dagli studenti ascoltando le sue lezioni filosofiche, primo fra tutti che l’intelligenza non è tanto la capacità di risolvere problemi, quanto piuttosto quella di non crearseli: sia i suoi alunni sia i suoi pazienti restavano sconvolti nel vedere come i problemi in natura si contano sulla punta delle dita. Tutto il resto è un puro prodotto della mente che li crea, li abita e se ne fa pervadere. 

Certo, ricordava sempre ai suoi discenti o pazienti, noi siamo esseri senzienti che non si accontentano di star bene solo perché hanno il pancino pieno, ma anche perché spasimiamo per i bisogni sociali. Bisogni che, certo, ci fanno progredire e innovano la società, ma con cui occorre ben presto imparare a fare i conti, poiché, alla fine, il conto della vita rischia di chiudersi a zero, dove zero non è la morte, ma quello che finiamo per valere per noi e per gli altri se non abbiamo preso a cuore i nostri e altrui bisogni, se non utilizziamo il rasoio di Occam per fare pulizia di tutto il soverchio che pullula in testa e che ci fa sbroccare. 

In tanti gli rimproveravano di essere un semplicista, ma nessuno trovava mai un’antitesi convincente alla sua way of life: semplificare i problemi personali sino a ricondurre tutto a un mero accidente relazionale di cui non vale la pena prendersela troppo. 

Nella vita niente è assoluto o relativo, come in troppi pensano, bensì tutto è in relazione con il nostro personale vissuto. Per questo, nelle sue sedute terapeutiche, Giulio scriveva la sceneggiatura della vita della persona che prendeva in carico e mostrava che c’era una chiara regia che decideva ogni momento del film. Il suo lavoro era quello di insegnare a diventare registi della propria vita. 

Chi stava ad ascoltarlo, dopo un po’, imparava sistematicamente a trasporre i propri problemi in un cortometraggio catartico, la cui visione era garanzia di guarigione.

Detta così, sembra qualcosa di trito e ritrito, ma il fatto è che nella vita esistono delle cose che universalmente funzionano dannatamente bene. E il rasoio di Occam, dopo secoli di utilizzo, funziona ancora benissimo, consentendo di capire che cosa è fuffa e che cosa non lo è. Una sorta di sinderesi…

La maggior parte del suo lavoro di counselor consisteva nel “curare” persone che per i medici non avevano nessun problema, essendo sane come un pesce, ma che bene non stavano affatto. Da Giulio si andava per cercare un’alternativa a farmaci e psicoterapia, per evitare i terribili effetti collaterali di certi farmaci e i lunghissimi tempi di attesa in vista di una possibile guarigione.

Giulio apriva ogni seduta ricordando che non era né medico né psicologo, ma solo laureato in Filosofia e tutto ciò che poteva fare era insegnare a riflettere sistematicamente sul proprio vissuto, a sperimentare ciò che fa star bene una persona (leggere e scrivere per pura passione, viaggiare per meravigliarsi, andare al cinema per sognare, ascoltare musica per cogliere la realtà del sentimento, praticare sport per sentire il dono del battito del cuore, fare attivismo consapevole, volontariato, coltivare amicizie…) e modulare il proprio comportamento nella direzione indicata da tre massime che fungevano da porto nel mare della vita sociale:

1. Agisci con garbo e serenità, senza prevaricare.

2. Agisci pensando ai bisogni dell’altro.

3. Agisci mettendoti nei panni dell’altro.

Tre parole, era solito dire, fanno da viatico nel cammino della nostra vita: consapevolezza, leggerezza e gentilezza. Vivere la vita ispirandosi a questi valori consente di sedersi in prima fila a godersi la visione dello spettacolo che è la nostra esistenza. E, soprattutto, crea tutte le condizioni per miscelare perfettamente la chimica dei neurotrasmettitori della felicità. Alunni e pazienti restavano sempre senza parole quando si soffermavano a prendere atto che in questo mondo c’è sia una maggioranza schiacciante di persone sia di momenti belli. È incredibilmente alto il numero di persone che pensa di vivere una vita “negativa”, ma che in realtà, se impara a contare bene, scoprirà che la sua è di certo una vita “positiva”. Ecco, Giulio insegnava proprio questo: a contare i momenti della vita, mostrando che la somma, sovente, pende a favore dei momenti positivi. Ma i momenti positivi occorre viverli con consapevolezza, tesaurizzarli e riviverli nei momenti “negativi” che non possono non esserci, pena l’impossibilità di cogliere la felicità. 

Quanti dirigenti aveva avuto modo di “visitare” nella sua carriera? Un numero esorbitante. E tutti lamentavano che il successo professionale lo avrebbero barattato volentieri anche solo con briciole di felicità. Certo, ci sono professioni in cui consapevolezza, leggerezza e gentilezza appaiono come chimere: la consapevolezza perde il passo con una produzione normativa sempre cangiante, la leggerezza rischia di gettarti in una pesantezza giudiziaria e la gentilezza può soccombere all’urlo, quando lo stress lavoro correlato satura il canale dell’umanità, ossia quando smettiamo di ricorrere al dialogo per risolvere i problemi e lasciamo riaffiorare gli istinti di natura belluina.

Giulio, che aveva lavorato anche come dirigente, non poteva ignorare certe doglianze e non poteva di certo addossare loro la colpa di essere stati poco lungimiranti nell’accettare lavori “disumani” e di non aver recepito il senso profondo dei versi 22-24 del XVII Canto del Purgatorio: 

 

e qui fu la mia mente sì ristretta

dentro da sé, che di fuor non venia

cosa che fosse allor da lei ricetta.

 

Il suo protocollo, in questi casi, prevedeva due tipi di azioni: una professionale, mostrando come, attraverso delle liste di controllo, si potesse sistematizzare e rendere più efficiente l’intera azione lavorativa, e un’altra esistenziale, suggerendo di tenere un diario in cui appuntare cosa si fosse fatto nei momenti non di stress, al fine di ripensarli, dar loro valore e soprattutto favorirli per il futuro, così da riempirli di vita positiva.

Il resto della sua esistenza Giulio lo spese alla ricerca spasmodica della legge che regola lo spazio-tempo: tutto tende a un equilibrio che dà benessere, che apre il pugno in una carezza.

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