Lidia camminava lungo via XX Settembre con passo leggero. 

Il profumo di caffè che usciva dai bar si univa al rumore delle scarpe sul selciato e il sole d’inverno si rifletteva sulle vetrine ancora ornate dagli addobbi natalizi. Si sentiva leggera, avvolta da una serenità rara che rendeva ogni cosa naturale e al posto giusto. Si guardava le mani delicate, appena segnate da qualche ruga e sentiva che sarebbe stata una giornata speciale anche se non ne conosceva il motivo. Le piaceva pensare che le persone intorno a lei, che sorridevano e chiacchieravano, provassero una sensazione simile alla sua. 

Pochi isolati più in là Marco, nella Città Alta, scendeva dalla funicolare. Il vento gelido gli sferzava il viso e dentro avvertiva un vuoto insondabile, una separazione totale dal mondo. Si voltò a osservare il paese sotto: i tetti rossi, le auto che avanzavano lente lungo le strade… Si guardava intorno sperando che qualcosa mutasse, ma il chiacchiericcio dei turisti, le risate dei bambini, tutto gli appariva lontano ed estraneo. Si domandava se qualcuno si accorgesse della sua esistenza e percepisse la fragilità di ogni vita, sottile come un filo.

Lidia entrò in una libreria con gli scaffali colmi di volumi dai dorsi lucidi. Ne apriva qualcuno a caso, leggeva l’incipit e inspirava l’odore della carta. Le piaceva toccarli, sentirne la consistenza, immaginare l’autore chino sulla scrivania immerso nella solitudine.

Mentre usciva notò una locandina di un museo lì vicino: raffigurava un'opera di Cézanne dai colori caldi e decise di andare a vederla. All'interno, una guida parlava a un gruppo di visitatori, illustrando un dipinto in cui alcune mele erano collocate una accanto all’altra.

«Non c’è un significato recondito nella loro disposizione», spiegava. «Il pittore non ha seguito regole di composizione né cercato relazioni spaziali. Ogni mela è semplicemente ciò che è: importante in quanto soggetto in sé, affine ma differente, non deve rappresentare altro.»

Si avvicinò. Semplici e perfette nella loro indipendenza, le mele sembravano respirare ciascuna nel e del proprio spazio, complete e sufficienti a loro stesse. Qualcosa le vibrò dentro. La sua vita le apparve simile a uno di quei frutti: autonoma, preziosa, accanto a presenze che l’avevano solo sfiorata senza mai toccarla davvero.
Rimase a lungo lì davanti, assorta. Come sulla tela immaginava altre vite accanto alla sua, vicine eppure inaccessibili, presenti ma invisibili. Era un sentimento dolceamaro quello che provava: la bellezza dell’esistere e la consapevolezza che ciò che viviamo resta occulto agli altri, talvolta persino a noi stessi.
Uscendo dalla mostra portò con sé quella sensazione di solitudine condivisa. Era una malinconia sottile, qualcosa che la rendeva cosciente del proprio stato ma che le regalava anche un passo più leggero, come avesse abbandonato un peso dietro sé. 

Marco su una panchina a Porta Sant’Agostino, aveva le mani affondate nelle tasche vuote e lo sguardo fisso sulle antiche mura. Lo scorrere del tempo gli sembrava strano, lento eppure rapido, ogni minuto scivolava via senza lasciare traccia. Si soffermava sui dettagli più minuti: una foglia posata sul bordo della fontana, una macchia d’umidità sulla pietra… Tutto gli pareva incompleto, vacuo, come un dipinto sbiadito.
D'improvviso si alzò, sentì come se qualcuno da qualche parte stesse reclamando la sua presenza.  

Quando Lidia raggiunse Porta Sant’Agostino, una raffica di vento le scompigliò i capelli e la costrinse a fermarsi per sistemarli. 

In quello stesso istante Marco si era bloccato sulle scalette di Borgo Canale e per un attimo, un solo brevissimo attimo, i loro sguardi si incrociarono. Ebbero entrambi la percezione che quel volto non fosse solo uno tra molti, era un’impressione indefinibile, un'eco nell'anima, come se avessero dovuto riconoscersi. 

Poi continuarono a camminare ciascuno nella propria direzione senza che nessuno dei due ne conservasse un ricordo netto o duraturo.

Bergamo, con le sue mura antiche e il suo respiro lento, custodì quell'evento come un segreto: due vite parallele avevano sfiorato per un istante la possibilità di incontrarsi. Era l’unico accesso temporale in cui ciò sarebbe potuto accadere, un “passaggio” che era stato aperto. Ma quel varco non fu attraversato da nessuno.
E quella possibilità, concessa una sola volta, non si sarebbe più ripresentata.

 

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