A scuola Marco cercava di concentrarsi, ma senza successo. Continuava a pensare a Giulia e a come riuscire a farsi notare da lei.
Aveva già terminato i compiti nell’ultima mezz’ora di lezione, persino quelli facoltativi. Sicuramente la professoressa Di Giovanni, l’insegnante di matematica, lo avrebbe premiato con l’ennesimo dieci, come ormai accadeva sempre: Marco, infatti, era bravissimo in tutte le materie e soprattutto nella sua..
Era il classico secchione della classe, ma a lui interessava tutt’altro.

Quel pomeriggio doveva vederla. Giulia gli aveva chiesto aiuto con alcuni esercizi di algebra che non riusciva a svolgere, e lui aveva accettato senza esitazione. Si sarebbero incontrati al parco, seduti su una panchina. Quando la vide, con il sole che illuminava la sua chioma bionda, sentì il cuore fare un balzo per l’emozione.

Stava per avvicinarsi a quella visione quasi irreale quando, all’improvviso due uomini con maschere da Freddy Krueger sbucarono da un cespuglio urlando:

«Huuuu… ooo!»

Sbraitavano come ossessi. Marco, preso dal panico, si mise a correre senza guardarsi indietro, finché dall’altra parte del sentiero non si trovò davanti un ragazzino che riconobbe subito.
Era Giovanni. Il suo nemico.

«Ehi… scappi, eh? Fifone!» gli urlò contro.
Pochi istanti dopo arrivarono anche i due “mostri” alla Freddy Krueger, che si tolsero le maschere ridendo.

Marco rimase immobile, paralizzato dalla paura.

A tredici anni, in teoria, si dovrebbero aver superato le paure infantili: l’uomo nero, i mostri sotto il letto, le ombre negli angoli bui. Almeno così dicevano gli adulti. Ma per Marco quelle paure stavano tornando, più reali che mai.

Quando li rivide qualche giorno dopo alla mensa della scuola, cercò di non farsi vedere da Giulia.

Chissà perché sentì la necessità di spiegarle che la sua non era stata una fuga. 
«Non sei più un fifone?» gli disse lei.
«E allora perché sei scappato lasciandomi lì?»
Lui non seppe rispondere.

Quella sera, quando andò a letto tenne la luce dell’abat-jour accesa. Quando la madre entrò nella camera e vide la luce, disse:

«Ne abbiamo già discusso più di una volta. Adesso hai tredici anni, non sei più un bambino… non puoi più avere paura del buio. È tardi. Spegni tutte le luci. Buonanotte.»

Con gli occhi chiusi, Marco cercò di addormentarsi. Ma poi nel cuore della notte, sentì un rumore, come uno scalpiccio, seguito da un forte tramestio lassù, in alto, sulla parete della camera da letto. Aveva già avvertito qualcosa nelle notti precedenti e aveva pensato che fosse qualche uccellino infilatosi nella canna fumaria.

All’improvviso udì il tappo di lamiera della cappa del camino vibrare, quindi cedere e precipitare sull’armadio sottostante. Subito dopo comparvero un paio di scarpe, poi una gamba e l’altra, quindi il busto, e infine le braccia e il volto di una figura interamente nera. Per un attimo Marco rimase affascinato dal fatto che un uomo così grande e grosso era riuscito a piegarsi e a uscire da un buco così piccolo, di un diametro che non poteva superare i trenta centimetri. La figura si adagiò sull’armadio e, con uno scatto felino, balzò fino alla testiera del letto.

Marco non riusciva a vederne il volto, perché la luce dell’abat-jour creava un cono luminoso che arrivava solo fino ai piedi del letto; tutto il resto della stanza era immerso nell’ombra. Distinse soltanto una sagoma indefinita e poi una mano — che non sembrava una mano, ma piuttosto le ossa di uno scheletro — uscire dal buio e posarsi sulla coperta.

Subito cominciò un ballo forsennato. Il letto tremò, vibrò, come se qualcosa lo stesse scuotendo da sotto. Poi tremarono anche i mobili, uno dopo l’altro: la scrivania, l’armadio, la sedia. La finestra si spalancò di colpo ed entrò un’aria gelida.

Marco provò a urlare. Aprì la bocca. Niente. Nessun suono. La bocca si apriva, si spalancava, ma la voce restava incastrata da qualche parte, bloccata.

Come poteva aiutarlo sua madre, che dormiva nella stanza al piano terra? Era lontana. Troppo lontana. Eppure, doveva chiamarla. Doveva. Aprì di nuovo la bocca, forzò il respiro, ma ancora una volta non uscì nulla.

La cosa si avvicinava. Sempre più vicina. Vedeva l’indice scarnificato: erano ossa, sì, ma c’era anche altro. Carne. Brandelli di carne scura, putrefatta. E poi lo sentì.

L’odore.

Un tanfo impossibile, un puzzo che sembrava venire solo dall’inferno, dal fondo dell’abisso, dal fango limaccioso delle sue paure infantili.

Nella sua mente le immagini esplosero tutte insieme. Le paure di quando era piccolo. Tutte. La paura di essere schiacciato dalle auto mentre attraversava la strada, il corpo spappolato sull’asfalto. La paura provata quando si era sporto dal balcone e aveva sentito le vertigini, quel vuoto che lo richiamava verso il basso.

E insieme a quelle immagini il fetore, sempre più forte, che usciva da quella mano, da quella creatura che avanzava ancora, mentre lui cercava di sparire sotto le coperte, di sprofondare, di non esserci. Ma era inutile. L’ombra era sopra il suo letto. Sopra di lui.

Quando la mano stava per chiudersi sul suo volto, quando le ossa stavano per toccarlo, all’improvviso tutto sparì. Un lampo di luce bianca lo accecò. Poi, da molto lontano, arrivò una voce. La voce di sua madre:

«Ehi, cosa succede? Ho sentito un rumore. Stai bene, Marco?»

Finalmente quell’urlo, rimasto muto fino a quel momento, esplose dalla sua gola.

Sua madre si gettò sul letto e lo abbracciò.
«Calma, calma… è stato solo un incubo. Tranquillo.»

Per un po’ la madre riuscì a calmarlo. Ma appena se ne fu andata sentì che c’era qualcosa che non lo convinceva: non era stato un incubo, o se lo era stato aveva la stessa realtà della realtà stessa, gli stessi colori e soprattutto quell’odore nauseabondo che riempiva il mondo. Quella notte solo dopo molto riuscì a riprendere sonno.

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