Fino ad allora avevamo giocato agli indiani con una specie di capanna gialla che avevamo sistemato sul suo balcone. Gli era stata regalata da suo padre per il compleanno, ma era così stretta all'interno che ci si poteva stare al massimo in due e in piedi. Naturalmente erano solo Enrico e Lorenza a entrarvi, gli altri dovevano fare le tribù che aggredivano. Lorenza era il caporalmaggiore della banda ed eseguiva senza commentare ogni ordine che gli veniva impartito. Era una specie di maschietto in forma di bambina.

“Oh finalmente una capanna in cui potremmo stare tutti” accogliemmo tutti la notizia con entusiasmo. Restava da definire solo il luogo in cui avremmo dovuto costruirla e il modo in cui costruirla. Di fianco al cantiere che, era diventato ormai la nostra meta quotidiana, sorgeva una grossa quercia con ampi e frondosi rami. 

Un giorno ci giocavamo vicino e ad Enrico venne l'idea che era proprio quello il luogo ideale in cui costruire la nostra capanna, il nostro quartier generale.

A ridosso di un fossato pieno d'acqua c'erano diverse piante e più indietro spiccava la mole della grossa quercia che aveva due rami che si dipartivano lassù in alto quasi in modo simmetrico e parevano accoglierci come in un abbraccio materno. Ci mettemmo subito al lavoro per preparare la base, ai piedi dalla quercia stessa. Novelli Robinson Crusoe ci mettemmo subito a cercare dei tronchi recuperandoli tra gli alberi caduti nelle vicinanze. Poi li portavo a casa e grazie all’attrezzatura di mio padre segavo all'estremità per eliminare le parti scheggiate. Univo poi i due tronchi con una cerniera di metallo che avevo trovato nel ferramenta di risulta del magazzino. Dopo aver appuntito con delle roncole i tronchi li conficcammo nel terreno: fatta un paio di queste punte le univamo con delle corde e ricoprivano tutto con un telo che avevamo recuperato dal cantiere. Alcuni pioli orizzontali inchiodati al tronco servivano da gradini di una scala che dal piano terra arrivava ad una specie di ballatoio che avevamo costruito con delle assi inchiodate ai rami. Alla base scavammo nel terreno per circa cinquanta centimetri in modo da creare una specie di panchina interna a tutta la capanna. Dulcis in fundo una specie di ponte fu sistemato sul fossato d’acqua in modo da permettere il passaggio alla capanna.

Ricordo che fummo tutti orgogliosi di aver costruito da soli, senza l'aiuto degli adulti, la nostra capanna. Era il nostro quartier generale, il nostro regno, libero dal controllo degli adulti. Ma fu solo quando ci inerpicammo su per la scala e guardammo l’orizzonte da lassù che mi resi conto di dominare tutta la campagna attorno e che vidi per la prima volta, quasi alla fine del campo, la casa disabitata. 

“Domani faremo un'esplorazione alla casa disabitata!”, annunciò un giorno Enrico.

“Bene”, feci tutto pimpante. 

Quando fui a casa chiesi a mio padre di quella casa che avevamo visto alla fine del campo.

“Ah era la casa di campagna del dottore, ormai sono anni che ha lasciato questa valle di lacrime”, raccontò.

“Abitava in campagna?”, chiesi con la curiosità di un bambino, qual ero.

“No, ci veniva solo nei fine settimana, e d’estate. Con gli amici a fare grigliate di selvaggina che cacciava nella zona”, puntualizzò mio padre.

“Capito… ma ora non ci viene nessuno?”, ormai ero preso dall’argomento.

Mio padre inarcò un sopracciglio e disse:

“Ma perché ti interessa tanto?”

“No così”, non gli volevo raccontare nulla della capanna in fondo al viale e che avevamo costruito su una quercia, era il nostro regno ma non volevo neppure che i miei genitori si preoccupassero, anche se erano gli anni 70.

Qualche giorno dopo incontrai un mio compagno di scuola.

“Ei sai qualcosa della casa abbandonata vicino al cimitero?”

“Quale quella gialla del Folle Dottore?”, un sorriso si era allargato sulla sua bocca.

Al mio assenso continuò:

“Quella è la casa del dottor Frankenstein altroché del dottore che dice tuo padre… si racconta che in quella casa facesse esperimenti con pezzi di corpi… umani”, sottolineò con un tono diverso quell’ultima parola.

E mi fece la stessa domanda che mi aveva fatto mio padre: voleva sapere perché ero così interessato a quella storia.

E io gli diedi la stessa risposta: se non volevo che i miei genitori o in generale gli adulti ne sapessero qualcosa, a maggior ragione non volevo che ne sapessero qualcosa miei coetanei, o peggio le altre bande.

Naturalmente non avevo preso sul serio la storia del dottore, pareva una storia fatta apposta per spaventare bambini molto più piccoli di noi. Però, devo ammettere, quel particolare creava un’atmosfera.

“Ma non avete paura della storia?”, chiese incredula Sonia.

Era assieme a mia sorella la parte restante della banda, in totale eravamo in cinque.

“Io solo se ci penso… mi vengono i brividi”, rimarcò.

“No, per niente… sono solo storie, e ve lo dimostro”, dissi spavaldo.

“Si parte domattina alle 10 da qui!” decise il capo. Solo Sonia e mia sorella avanzavano delle remore, ma ben poco potevano fare contro il nostro entusiasmo.

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