«FANCULO!»

Una mosca mi ha ronzato nell’orecchio, il rumore che sopporto di meno nella vita… no, uno lo sopporto anche meno, il ronzio delle zanzare-

Ultimo dell’anno, un freddo ignorante e questa riesce ancora a rompere? Ma si è messa il cappottino per rompere gli attributi? Ha un ronzio vecchio, vola basso, sta per morire, ha deciso che deve farsi ricordare: l’ultima rottura della sua vita di merda! Freddo per freddo, preferisco uscire, vedere gente, far finta di essere felice.

Ancora sono le sei, altre sei ore da sopportare o andare a letto fino ai botti che mi risveglieranno facendomi incazzare.

Scendo, mi cade la mascella, è insopportabile, mi guardo intorno, nessuno guarda lateralmente, sguardo fisso dinanzi a sé e odio solidificato. Mai come in questa giornata si riesce ad odiare il prossimo tuo come te stesso.

All’angolo c’è il bar dei simpatici, forse è la volta buona che trovo il coraggio di ucciderli, un altro sorriso a 48 denti e gliene faccio ingoiare almeno la metà.

«ciao bello! Ci fai l’onore di passare con noi le ultime ore?»

«le vostre ultime ore? Sono contento!»

«ganzo! Sempre la battuta pronta, che ti posso portare?»

«un cocktail»

«alcolico?»

«ovvio!»

Ganzo! Linguaggio primitivo, manuale dei giovani baristi del 1985.

Il brano fetido da sottofondo finisce, è una raccolta da CD, non hanno neanche la giustificazione della radio di quartiere, in quell’attimo di silenzio artificiale sento piangere a ore tre, mi giro e vedo una mora bistrata col trucco pesante che cola sulle guance, calze a “rete larga” e minigonna, ha un’aria disperata, una Amy Winehouse targata Colosseo/Piramide. Mi fa un po’ pena

«vuoi parlare?»

«non voglio essere rimorchiata, tanto non scopo, non ti faccio perdere tempo»

«fai come ti pare, sono psicologo, potevi risparmiare sulla parcella, sconto “last day”»

Mi guarda meglio

«mi prendi per il culo?»

«no, è la verità, a parte lo sconto»

«vuoi dire che mi faresti prezzo pieno?»

«no, intendo che se sei giù, io sono solo ed amo il mio mestiere»

«non sei normale»

«devo essere più simile possibile ai miei clienti»

accenna una risatina

«non sono dell’umore giusto»

«se facessi il macellaio me ne sarei accorto ugualmente»

Il capo dei simpatici mi porta un bicchiere pieno di liquido rossastro, scorza d’arancia con zucchero, cannuccia piegata da minorenne… è un’idiota, non si smentisce mai

«ti piace quella roba?»

«no, dimentico sempre che è il bar peggiore della zona, i baristi sono dei coglioni, solo che abito qui sopra e fa freddo»

«è di mio fratello»

«bene, ho finito l’album delle figurine di merda, grazie e buon anno, non ti disturbo più»

Una risata leggermente più aperta

«tranquillo, lui è il proprietario, non è mai qui, ha un altro locale di lusso dall’altra parte della città, glielo riferirò»

«lascia perdere, sono io che sono di malumore e odio i falsi simpatici, forse sono bravi ma io non li apprezzo»

«è morto mio padre»

«proprio oggi?»

«sì, non si è regolato, morire proprio durante le feste»

«scusami, non intendevo quello»

«mi sono conciata così perché delle mie amiche mi hanno incastrato a festeggiare in un locale dark, nel frattempo ha telefonato mia madre da Cosenza per annunciarmi la dipartita»

«sei di Cosenza?»

«Longobardi, lì vicino, sulla costa»

«perché sei scappata?»

«ufficialmente per raggiungere mio fratello, ufficiosamente perché se rimanevo ancora un po’ avrei anticipato la dipartita del babbo di dieci anni»

«rapporti difficili»

«quali rapporti? Non ce n’erano»

«senti, parliamoci francamente, non sto cercando di rimorchiarti, stiamo chiacchierando, fra un po’ i simpatici schiavi di tuo fratello diventeranno meno simpatici perché devono chiudere, vuoi venire su casa, ci inventiamo un cenone alternativo ed aspettiamo la mezzanotte con una bottiglia di champagne da 150 euro che mi hanno omaggiato i miei pazienti? Poi ti riaccompagno»

«abito a trecento metri da qui, se sali un attimo mi cambio, era un trucco carino pensando alla serata, adesso mi sento “miss leasing”»

«aspetta, pago»

«lascia! Ragazzi, lui è ospite di mio fratello, domani glielo dico»

«va bene, ciao Imma!»

Usciamo, fa ancora più freddo di prima

«senti, se vuoi salgo, acchiappo tutto ciò che ho di commestibile e ti raggiungo, dammi l’indirizzo»

«sì, meglio, prenditi anche il numero di cellulare, a dopo»

Ci scriviamo tutto sul dorso di una mano salutandoci

_____________________________________________

 

Tripodi…. Trovata, suono il campanello

«Sali, ultimo piano»

entro, ascensore vecchio, porte di ferro, vista esterna sulle scale, esco, la porta è socchiusa, da lontano urla

«ci hai messo poco!»

«ho preso tre cesti ancora chiusi…»

«… altri clienti…»

«… esatto, vediamo cosa c’è dentro»

«accomodati, ho acceso tutti i riscaldamenti, arrivo subito»

metto i cesti sul tavolo, inizio a togliermi il cappotto

«ho capito male, ti chiami Irma?»

«no hai sentito bene, te lo dico ora che non mi guardi in faccia, mi chiamo Immacolata, ora capisci perché volevo uccidere i miei?»

«beh, ti avrebbero dato le attenuanti» guardo il panorama dall’attico senza uscire, hanno iniziato a sparare i primi botti, la sento arrivare, non mi giro, non voglio dare la sensazione di voler guardare come si presenta da ragazza “normale”

«a sinistra puoi ammirare “er cuppolone”, laggiù c’è il Gianicolo»

«bella vista»

«di giorno è bellissima, ma anche di sera ha il suo fascino»

ora mi giro, la guardo

«parlavi di te o della città?»

parte con una risata squillante

«grazie, una buona prontezza con le risposte, ma non rompere l’incantesimo, “serata amichevole”, l’hai detto tu»

«sì, scusami, non vado oltre»

Va verso il tavolo dove sono i cesti, ne approfitto per guardarla meglio, tubino nero con stivaletti scamosciati dello stesso colore, molto elegante, il viso pulito è incantevole

«cosa c’è nei pacchi? L’hai scoperto? Io ho l’acqua per fare la pasta ed il sale, “te pare poco?” come dicono qui»

«bene, pasta trafilata al bronzo… fusilli o penne?»

«dipende dal sugo, cosa c’è?»

«sugo pronto bio al castrato»

«fusilli!»

«non capisco cosa cambia ma accetto! Permetti che cucino io?»

«cosa ci sarebbe da cucinere? C’è solo da scaldare il sugo»

«beh, ti piombo in casa, almeno vorrei sdebitarmi»

«mi hai fatto ridere, ti sei già sdebitato»

un attimo di silenzio poi continua a parlare

«non mi hai chiesto perché piangevo, visto che odiavo mio padre»

«è il mio mestiere, non vi siete rincontrati, quindi tutte le recriminazioni non hai potuto ammorbidirle, hai rimandato per troppo tempo il ritorno della figliola prodiga ed ora è troppo tardi»

«sei bravo nel tuo mestiere»

«dai, questo è l’abbiccì»

«divorziato?»

«non ancora, separati da poco, ma è definitivo, è tutto in mano agli avvocati, per fortuna non ci sono figli… tu invece?»

«per le feste sta con la moglie, gli ho detto basta il 23…»

«…ma l’otto gennaio tornerà alla carica e tu ci cascherai di nuovo»

silenzio dietro di me

«scusami, il mestiere mi fa dire stronzate»

«non sono stronzate, ma stavolta spero di rimanere ferma sulle mie ragioni»

«te lo auguro, Immacolata»

«ancora non mi hai detto il tuo nome»

«Michele, dottor Michele Teodori, specialista in “traumi dell’abbandono”»

«ho capito, a che ora e quando il primo appuntamento?»

«senti, ora sembrerebbe che mi stia spianando la strada, ma solamente un altro amore ti libererà, devi amare prima di tutto te stessa, e poi un uomo libero»

«vieni in camera da letto»

«ma che dici?»

mi colpisce con una pacca sulla nuca

«scemo, non era un invito, da lì si vedono i botti dalla periferia, sono bellissimi»

mi prende per mano e mi porta in una stanza nell’altra ala

«praticamente hai una stupenda vista a 360°»

«fino all’otto gennaio»

«capisco»

«non mi dici niente?»

«non sono tuo padre, però guardati, stai passando l’ultimo giorno dell’anno con uno sconosciuto, non hai una persona con cui sfogarti, piangere, ridere, giocare, amare… trombare, cazzo!»

due lucciconi iniziano a scendere dai suoi occhi

«sono uno stronzo, chi sono io per giudicarti, un coglione che aveva una donna meravigliosa e l’ha lasciata andar via per non mostrare sentimenti, per non correre dietro ad una moglie che camminava lentissimamente per scappare»

«no, hai fatto bene, l’otto gennaio non tornerò indietro, inizierò a traslocare ad inizio gennaio» il rumore dell’acqua che trabocca dalla pentola ci riporta alla realtà, corriamo in cucina

«s’è spento il fuoco, chiudi il gas!!!» ridendo facciamo ripartire la cottura

«che cretini»

«ci siamo incontrati!»

prende uno straccio per asciugare l’acqua in terra, la minigonna la tradisce, si alza troppo per un attimo

«dai, alzati, lo faccio io»

«no, ormai ho finito, tranquillo»

______________________________________________

Da fuori i botti aumentano d’intensità, mancano dieci minuti alla mezzanotte, siamo al buio, seduti sul divano, girato verso la finestra panoramica, Imma si è tolta gli stivaletti ed ha messo i piedi sotto le gambe.

«la cena “cestone regalo” è stata fantastica, la lenticchia purtroppo non c’era, ma il brunello di Montalcino ha fatto il suo dovere, mi sento allegro ed in pace col mondo»

«mi sento alticcia, non sono abituata a…»

«…scolarti mezza bottiglia da sola»

«non è vero, erano solo due bicchieri»

«da birra, visto che il servizio buono non c’era»

si allunga per darmi un altro ceffone

«allora, Immacolata Tripodi, laureata in legge con 110 e lode, ed entrata di diritto nel girone dei disoccupati, quali sono i suoi propositi per il prossimo anno?»

«trovare lavoro prima possibile, sennò pizzettara con mio fratello»

«che tristezza, spero nella prima opzione»

«anch’io, a 27 anni non posso più cazzeggiare»

«mi piacerebbe avere un posticino nella tua vita»

«Michele Teodori, anni 41, psicologo arrivato, vorrebbe restare nella vita di una sfigata professionista?»

«parlo seriamente»

«sono solo una troietta da quattro soldi»

«no, sei un’anima alla ricerca della sua gemella, anche se per ora solo per la paura di rimanere sola»

«la smetti di psicanalizzarmi? Vorresti portarti il lavoro a casa?»

«te l’ho detto, amo il mio lavoro»

si muove nervosamente, è una cucciola chiusa in se stessa, lo so che non riuscirò a resistere per molto

«perché ti sei messa le mutandine rosse? Avevi in mente qualcosa?»

«quando le hai viste… capisco, mentre raccoglievo l’acqua in terra»

poi ridendo

«sei un porco, lo sai? Comunque le metto tutti gli anni, anche se non le vedrà nessuno, è il mio portafortuna, non farti idee strane»

mi guarda enigmaticamente, poi sottovoce

«dottore, mi hai fatto passare una bellissima serata, ti ringrazio»

«sono io che devo ringraziarti, non pensavo di risorgere»

«esagerato, addirittura»

«era dal 23 che mi stavo lasciando andare»

«anch’io dal 23, come già ti ho detto»

«prometto che da domani cambierà tutto»

«lo prometto anch’io»

ci guardiamo, il cellulare avverte che si avvicina l’anno nuovo

«dieci» le tocco una mano

«nove» inizia anche lei il count-down

«otto» ci avviciniamo

«sette» toglie i piedi da sotto le gambe

«sei» le tocco le spalle nude

«cinque» mi carezza il viso

«quattro» la mano scende sui suoi fianchi

«tre» le dita s’intrufolano tra i miei capelli

«due» spingo lentamente il suo corpo verso il mio

«uno» le bocche si avvicinano

«…»

 

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