Ho svolto il servizio militare, come imboscato, presso l’ospedale militare di Alessandria, un piccolo ospedale ricavato all’interno di un ex convento, avente due soli reparti, medicina e chirurgia. Svolgevo le mansioni di analista di laboratorio. Si stava abbastanza bene, nonostante le suore rompessero i coglioni dalla mattina alla sera. Facevano il bello e cattivo tempo, mandavano avanti l’ospedale nella più grande severità e cattiveria, sempre pronte a cercare il loro tornaconto. Erano delle vere e proprie arpie, come fiutavano la possibilità di racimolare qualche lira (eravamo ancora con il vecchio conio) ci si buttavano a capofitto, e chi ne faceva le spese erano quei poveri militari ricoverati che con la speranza di qualche giorno di convalescenza in più si facevano infinocchiare da quei pinguini che sfilavano loro decine e decine di migliaia di lire. L’ospedale, come ho detto, era ricavato da un vecchio convento, o meglio, da quel che restava dal momento che un’intera ala era pericolante e quindi inaccessibile. Al piano terra erano ubicati gli uffici, fureria, amministrazione, vari altri compreso quello del Colonnello; al primo piano si trovava il laboratorio di analisi dove lavoravo io, la cardiologia ed il reparto di Medicina, mentre al secondo piano si andava alla chirurgia e alla zona riservata alle visite di leva. Nel retro dell’ospedale, attraversando un ampio giardino abbastanza incolto, c’era l’appartamento del Colonnello che vi risiedeva con l’intera famiglia, e l’abitazione delle suore arpie. Ce n’erano un discreto numero, alcune delle quali avevano le mansioni di caposala nei due reparti, altre si occupavano del guardaroba e della dispensa, mentre altre ancora, vista l’età abbastanza avanzata, erano arrivate, come si dice in gergo, alla frutta, e aspettavano solamente il buon Caronte che le portasse nell’aldilà. Tra tutte ce n’era una veramente cattiva, stronza nel vero senso della parola: Suor Prassede. Torinese, per lei tutte le persone a sud di Bologna erano terroni e delinquenti, e se per caso tra i ricoverati ci fosse stato uno che le stava particolarmente antipatico, faceva pressioni sul Colonnello affinché lo rimandasse al corpo di appartenenza senza alcun giorno di convalescenza, a meno che non aprisse il portafogli e facesse o donasse (a Suor Prassede) un’offerta alla Madonna, in tal caso sarebbe diventata una persona di tutto rispetto. Suor Prassede gestiva in toto il reparto di Medicina, dalle pulizie alle terapie, dalle medicine al vitto, e noi militari avevamo a che fare con lei solamente (e fortunatamente) per quest’ultimo, in quanto dovevamo mangiare insieme agli ammalati. Con noi militari del laboratorio analisi aveva un rapporto di odio-amore, o meglio odio-leccaculo, nel senso che era estremamente gentile quando si trattava di chiederci di fare delle analisi alle sue consorelle, poi ritornavamo ad essere originari a sud di Bologna (io di Roma e un altro di Perugia), quindi terroni, scansafatiche e quant’altro e finiva spesso che i “vaffanculo” volavano come stormi di uccelli. Purtroppo quella stronza aveva il coltello dalla parte del manico e si vendicava con noi al momento del rancio, era inutile chiederle tutti i santi giorni della purea di patate come contorno, ci avrebbe sbattuto nel piatto la solita schifosa indivia, mostrandoci quel sorriso di sfida da vecchia bagascia. Luciano, il commilitone che stava con me nel laboratorio analisi, quello di Perugia, era in odore di congedo, sarebbe andato via di lì a pochi giorni, e aveva sempre manifestato l’intenzione di fargliela pagare alla prima occasione, cosa che avvenne puntualmente. Una mattina di buon’ora si presenta al laboratorio analisi suor Prassede in compagnia di una sua consorella chiedendoci di poterle fare delle analisi per un checkup. Era una suora di mezza età che non avevamo mai visto, sicuramente prestava la sua opera in una qualche struttura all’esterno dell’ospedale militare. Aveva con sé il contenitore delle urine e noi dovevamo farle il prelievo di sangue per le analisi di routine. E così fu, le due suore uscirono e Prassede disse che sarebbe tornata nel pomeriggio per ritirare i risultati. La mattina filò tranquilla come sempre, tra prelievi e analisi, alla fine delle quali bisognava stilare i referti. Luciano il perugino disse che li avrebbe scritti lui. E così fece, dopo di che andammo a pranzo e poi a fare un riposino in branda. Riposino che venne interrotto da quella rompicoglioni di suor Prassede venuta a chiedere il referto delle analisi della consorella. Dovetti quindi salire in laboratorio e consegnai il referto all’arpia che attraversò il giardino incolto per far ritorno alla casa delle suore. Il mio collega perugino cominciò a ridere come un forsennato e disse che l’indomani mattina in reparto si sarebbero visti fuoco e fiamme. Capii subito che aveva combinato qualcosa alla suora, ma per quanto mi sforzassi non riuscivo ad immaginare. Era stato troppo ottimista nel dire che l’indomani mattina ci sarebbe stato il finimondo, dal momento che non trascorse neanche un’ora che vedemmo dalla finestra Suor Prassede che veniva verso la nostra camera a passo più che spedito, e con il referto in mano, lo sguardo non prometteva niente di buono. Entrò nella nostra camera inveendo contro di noi chiamandoci terroni, buoni a nulla e quant’altro, e mostrandoci il referto stilato dal mio collega. “Vi siete confusi! Queste non sono le analisi di Suor Giulia. Voi terroni non sapete lavorare.” Mi alzai dalla branda per controllare il referto, e appena ci posai lo sguardo mi raggelai, guardai Luciano e lo invitai a leggere. Venne verso di me con aria tranquilla, prese il foglio dalle mie mani e fece finta di leggere, dal momento che sapeva già quello che c’era scritto, avendolo compilato lui stesso. “Qual è il problema, suora – disse con tutta la calma che lo caratterizzava – non c’è nessun errore, queste sono le analisi della sua consorella.” Il fumo che usciva dagli occhi di suor Prassede aumentò di intensità, la sua faccia perennemente pallida diventò di un rosso fuoco. “Ma non è possibile, che diamine, è una suora!” e qui Luciano le diede la stoccata finale.” Suor Prassede, e che ne so io quello che combinate e chi fate venire nella vostra casa. La prossima volta state più attente.” Le rimise il foglio tra le mani e si ributtò a peso morto sulla sua branda. “Domani lo dirò al Colonnello”, minacciò la suora uscendo dalla stanza. Non fece in tempo ad uscire che il mio collega si buttò per terra contorcendosi dalle risate. “Hai visto la faccia di quella stronza? - mi disse – mi sono ripagato di un anno di umiliazioni.” Quello stronzo, ma poi non tanto, di Luciano sul referto delle urine, alla voce “osservazioni” aveva scritto “ Tracce di spermatozoi”!!!!! Cominciammo a ridere talmente forte che nella nostra camera si radunarono tutti gli altri commilitoni, i quali si unirono alla nostra risata appena seppero la motivazione. L’indomani mattina Suor Prassede era di umore più che nero, non ci rivolse la parola né lo sguardo, anzi, quando per forza di cose doveva passarci davanti, aumentava notevolmente l’andatura fin quasi a correre, suscitando ammiccamenti e sorrisetti da parte mia e di Luciano il perugino. Verso la fine della mattinata una telefonata ci comunicava che il Colonnello voleva vederci. Questa convocazione ce l’aspettavamo, e mentre scendevamo al piano inferiore il mio collega mi disse di non preoccuparmi più di tanto, che ci avrebbe pensato lui. Ci facemmo annunciare e immediatamente fummo ricevuti. Il Colonnello ci chiese con la massima tranquillità e pacatezza cosa fosse successo con la suora che era andata da lui a lamentarsi del nostro operato. Il mio collega spiegò la situazione dicendo altresì che non poteva escludere che si fosse confuso ed avesse scambiato il referto della suora con quello di un militare. Dopo un attimo di silenzio il superiore, che era anche lui un terrone della Puglia, ci disse: “ Se veramente vi siete sbagliati, vi chiedo di fare più attenzione perché questo è un ospedale e qui c’è in ballo la salute dei vostri colleghi; - si prese un attimo di pausa ed accennò un sorriso – se poi le avete fatto uno scherzo, come credo, fate attenzione lo stesso perché qualche volta me la farete morire di rabbia. Potete andare.” Il classico saluto militare e ci congedammo dal Colonnello. Era ora di pranzo e ci recammo direttamente al reparto medicina, facendo i gradini dello scalone a due a due, dove i nostri colleghi stavano già facendo la fila davanti a suor Prassede la quale, come per incanto, dispensava a tutti loro una sostanziosa porzione di purea di patate; arrivato il nostro turno prima che potessimo parlare ci prese i nostri piatti con rudezza e….plaff, plaff, due porzioni abbondanti della solita schifosa indivia. E l’ennesima risata ci colpì.

 

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