Erano settimane che da un cielo  grigio precipitavano gocce anormali. Pareva bagnassero più dell'acqua.
Giungevo al lavoro completamente inzuppato dal ginocchio in giù. 
I piedi strizzavano la pioggia ad ogni passo, all'interno delle scarpe, che calpestavano il lungofiume Quadrone: collegamento tra i due ponti, delle Grazie e della Memoria.
Ogni mattino osservavo quella silenziosa e limacciosa colata. Avevo fissato negli occhi alcuni punti di riferimento sull'argine opposto per definire di quanto si alzasse il livello. Ogni mattino il riferimento era scomparso. Con tale crescita il fiume sarebbe esondato. 
Ne ero certo! L'alveo è un bosco!
Il mio ottimismo, tuttavia, prevaleva ancora.
Quando udii gli allarmi urlati da megafoni che intimavano di lasciare le abitazioni al piano terra, mi precipitai in garage circa otto metri sotto il piano stradale e presi valige e trolley. Le riempimmo alla rinfusa. Con l'aiuto dei vicini trasportai al terzo piano, da Roberta, TV, PC, portatili.
Infine salimmo anche noi, ad aspettare.
Continuava a piovere.
Energia elettrica interrotta.
Il buio era squarciato dalle luci degli elicotteri e dal rumore dei rotori. L'acqua aveva invaso la città, risalendo anche le antiche mura. Un'acqua normale non sale, scende. Poi il fragore. Ora acqua normale che scende e invade i piani interrati. Il rumore rendeva la forza, anch'essa anormale. 
Una violenza innaturale di una Natura forse stanca di antropici soprusi, ovvero annoiata dall'inerzia di uomini incapaci a comprenderla e ad adeguarsi ai suoi mutamenti.
La Natura si è presa vent'anni della vita mia e di un quarto della città in pochi attimi.
Ha divorato le case lasciando fango, melma e odori nauseabondi.
Siamo solidi.
Siamo forti.
Abbiamo pale, scope e profumi.
Siamo come ciò che è accaduto: siamo anormali.
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