Ho assistito recentemente a un incontro di poeti dove ho udito: “Il silenzio del poeta sta nella parola.” Accolta questa affermazione dapprima con un certo riserbo, devo ammettere che è esattamente quello che mi succede. 

 

Prendiamo queste poesie per esempio. Emerse da uno stato di silenzio come momenti di grazia, son lanciate con leggerezza nello spazio, come specchio di un vuoto. Una piccola apertura sull’anima. Parlano con innocenza di dolcezza, di stupore.

 

Sono la prima a stupirmi di ciò che leggo dopo averlo scritto. Ne prendo atto con gioia e so, da qualche parte, che quelle righe mi preparano e spianano il cammino verso quegli incontri.
Queste fotografie dell’anima le chiamo “pettegolezzi” intimi, perché parlano di qualcosa che avviene in me, più grande di me, e che non mi appartiene. Come le poesie che, una volta scritte, non sono più mie. E che affido all’azzurro, messaggi dispersi dal vento e – perché no? – forse fatti ricadere a pioggia sottile chissà dove. Le rileggo e le vivo come opportunità di dar voce e forma a momenti sospesi nel nulla. Le raccolgo al volo come gocce di rugiada sulla punta di una penna che trascrive fedele su carta. Parole espresse in un modo preciso, leggero e timido e che si dileguano furtive. Non posso perdere un istante! 

 

INCONTRO

Due cammini si sfiorano

passando, muti,

nel silenzio sospeso

di uno sguardo

 

INSONNIA

Una candela brucia

il silenzio della notte

 

IL VENTO

Verrà il vento a prendermi

In un ultimo abbraccio

gioioso e leggero

per non farmi paura.

Mi porterà in terre lontane e sconosciute,

invisibili ma già presenti,

sulla via di casa

e diffonderà il mio profumo nell'aria 

mentre cavalcherò sulle sue ali.

 

 

 

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