Capitava tutte le volte.

La luce diafana che filtrava attraverso le inferriate del corrimano della scala costringeva gli occhi assonnati, ancora restii all’incontro brutale con la realtà, a fare gli straordinari.

Le 6.50… quell’autentico punto di svolta nell’economia di ogni giornata nel quale veniva inaugurata la rincorsa del tempo che avrebbe impregnato le successive ore.

Come ogni mattina, la sveglia aveva egregiamente svolto 80 minuti addietro il suo ingrato compito, inducendo una vampata adrenalinica nelle membra di Giovanni: risveglio significava chiamata alle armi.

Non era sempre stato così, Giovanni lo ricordava bene.

La separazione da Marta aveva cambiato tutto, rimescolando le carte della sua vita, e il dolore che ne era seguito aveva fatto il resto. Si erano dovuti rassegnare all’impietosa evidenza che il loro amore si era ridotto, a loro stessa insaputa, nell'ombra disincarnata di ciò che era stato, e che tutti i loro buoni propositi erano rimasti sulla carta: ad attendere i bolidi delle loro vite un muro adamantino costruito con mattoni di recriminazioni e malta di silenzi.

 

 

Michele aveva 9 anni quando tutto era successo, un’età delicata alla quale una giovane vita dovrebbe sentirsi circondata di tutta l’attenzione e l’affetto che questo mondo è capace di esprimere.

L’affido condiviso l'aveva trasformato in una pallina da tennis furiosamente rimbalzata tra due case, due camerette, due mondi in guerra tra loro.

Le conseguenze non avevano tardato a manifestarsi: Michele si era ritirato in un mutismo scostante, in un grigio torpore emotivo contro il quale ogni tentativo dei genitori di spronarlo, di manifestargli affetto e comprensione, si era rivelato vano.

 

Quella notte Michele aveva dormito da Giovanni, dove Marta lo aveva accompagnato a casa sua il tardo pomeriggio del giorno prima.

Sembrava di umore particolarmente nero.

Ferma davanti al pianerottolo, dopo aver accarezzato la nuca del bambino ed avergli ricordato che sarebbe ritornata a prenderlo tra due giorni, si era voltata di scatto per riguadagnare la cabina dell’ascensore, giusto in tempo per evitare al proprio sguardo di sostare su quello del suo ex.

Giovanni aveva strangolato una volta di più un sospiro nel quale mille parole, mille domande sgomitavano per trovare luce.

Si era scrollato di dosso ogni traccia di inquietudine ed aveva indossato una forzata ilarità per accogliere suo figlio.

Lui non avrebbe pagato le colpe delle loro scelte. Meritava pace.

 

Depositata in camera la borsa di Michele, quella che Giovanni aveva desiderato fosse una serata di svagatezza si era tramutata in un assedio per aprire un varco comunicativo nella roccaforte di suo figlio: Giovanni aveva preparato il suo piatto preferito, le polpette, e apparecchiato la tavola con cura, tovaglia, piatti, posate e bicchieri dei suoi supereroi preferiti.

Tutto era stato vano: Michele non mostrava alcuna voglia di comunicare con suo padre.

Consumata in silenzio la cena e dribblata bruscamente la proposta di un momento trascorso sul divano per parlare della scuola e dei progetti di escursione sulla neve per le imminenti feste natalizie, Giovanni si era sentito all’angolo, moralmente sfinito, ed aveva accondisceso al desiderio di Michele di ritirarsi per la notte, il macigno di una sconfitta nelle tasche.

 

Quel giorno aveva tanto desiderato avere un momento tutto per loro, si era prefigurato mille volte quello che avrebbero potuto fare insieme l'indomani, accompagnandolo a scuola di hockey e proponendogli l’adozione di un amico a quattro zampe, che da tanto tempo aveva richiesto; aveva tanto desiderato che Michele tirasse fuori quel grumo colloso che gli sigillava il cuore.

 

Il mattino successivo, terminata la colazione, era però successo un fatto insolito.

Ripiegando la tovaglia, sotto la sedia di Michele, aveva trovato un ritaglio di carta: si trattava di una foto, che le numerose ripiegature, seppur eseguite con meticolosa cura, non avevano impedito si logorasse.

Che strano, si sorprese a pensare Giovanni, in tutta questa fase aveva evitato accuratamente di mostrare a Michele delle foto che potessero riacuire in lui la percezione dello strappo rispetto al passato recente, in cui tutto era stato diverso, più caldo, più luminoso, più facile.

Si era chiesto in che modo Michele se la fosse procurata, da quanto tempo la tenesse con sé, quante volte di nascosto l'avesse guardata e quale significato attribuisse a questo ricordo. Una cosa era certa: quella foto parlava di loro.

Li ritraeva tutti e tre insieme all’interno del salone di un rifugio di montagna che avevano affittato diverse volte durante le feste natalizie; risaliva con ogni probabilità a 3 anni prima, ed un paffuto Michele sorrideva beato, tenuto per mano da mamma e papà. Un camino fumigante attirava l’occhio sulla porzione sinistra della fotografia, mentre dalla finestra sulla destra faceva capolino lo sfondo di una spettacolare nevicata che ricordava molto bene per la sua intensità e perché Michele aveva tanto insistito per uscire ad ammirarla, nonostante alcune linee di febbre.

 

Come una scheggia che si insinua nelle carni, ridestando la coscienza alla meraviglia, in un istante il groppo in gola di Giovanni si sciolse: forse quello che sembrava irrimediabilmente compromesso tra loro era vivo, pulsante.

Riavvolse con mano tremante la carta consunta per impedire che si bagnasse di lacrime, e la ripose al centro del comodino di Michele: si sentiva impacciato, avvertiva tutta la pesantezza del proprio corpo, ed un filo di vergogna fece capolino: Michele sarebbe presto uscito dal bagno, e lui avrebbe potuto essere scoperto.

 

Un istante dopo, il film della mattinata cambiò di segno, e Giovanni ripiombò nella quotidianità: era tardissimo!

Scuotersi, vestirsi, accogliere la signora Franca, salutare Michele ed uscire di casa fu un tutt’uno; il rumore della porta che si chiudeva alle sue spalle lo incitò ad aggredire la prima rampa di scale.

 

"Papà"

Pietrificato, Giovanni si volse indietro e, mezza rampa di scale al di sopra di lui, vide la manina di Michele che, appoggiata sulla maniglia, l’aveva fatta scattare.

 

Quella scheggia assolutamente imprevista aveva inceppato gli ingranaggi di una mattina come tutte le altre.

Giovanni non seppe mai quale carambola di pensieri ed emozioni avesse attraversato suo figlio… seppe solo che le sue braccine intorno al collo erano la cosa più bella al mondo.

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